La Maison de la Joie e il Triathlon di Faenza

sono stato uno delle centinaia di faentini che ha corso la gara di
Triathlon di Faenza del 31 agosto scorso. Tra i beneficiari  c’è anche la nostra
“La Maison de la Joie a Ouidah” ong casa-famiglia per orfani in Benin. Il
Triathlon di Faenza è da quasi 2 decenni una delle più coinvolgenti
competizioni sportive faentine, e tutto il ricavato va a scopo benefico
per una serie di enti e associazioni. Quest’anno sono stati raccolti e
donati 7.000 euro a decine di associazioni. L’avvenimento può svolgersi solo con l’aiuto di tanti
volontari, amici, atleti e non e decine di sponsor e associazioni che
supportano logisticamente la manifestazione. Da parte mia oltre a
rappresentare la Maison de la Joie, coinvolgo l’aiuto della la Consulta del
Volontariato di Faenza e del Comitato d’Amicizia. Questo è un racconto schersozo sulle senzasioni di questa gara.

il gazebo della Maison al Triathlon di Faenza

il gazebo della Maison al Triathlon di Faenza

La giornata perfetta

31 agosto 2014 – 22^ Triathlon  Sprint di Faenza”

nuoto,ciclismo, corsa a piedi

(per la cronaca 1h 21 minuti, 46 secondi)

 

Uscì  dalla frazione nuoto con il solito ritardo rispetto ai suoi avversari. Ancora bagnato, si tolse gli occhialini e i tappini dalle orecchie,  cerco’ nella sua miopia, gli occhiali da vista, posizionati precedentemente   a bordo vasca, sperando che nessun altro atleta li avesse calpestati  e si avviò inforcandoli verso la zona cambio. Superò di slancio un paio di concorrenti, infilò caschetto, pettorale, scarpe, bevve due lunghi sorsi dalla borraccia “energetica” colma di maltodestrine  e uscì in strada  accompagnando la bici usata ma per lui nuova fiammante. Subito cercò di raggiungere un gruppetto di atleti, con un centinaio di metri di vantaggio e che già creavano un  buon treno per la frazione ciclistica. Con un discreto dispendio di energie li raggiunse e si accodò  proprio quando  cominciava la salita. Nel frattempo altri concorrenti si aggregavano e alcuni stremati, “perdevano la ruota” e rimanevano inesorabilmente indietro.  Nello scollinamento  si trovò miracolosamente    ancora nel gruppo, nella discesa non  fece troppa  fatica a tenere la scìa e ebbe anche il tempo per un paio di sorsate, si innervosì  leggermente per un inizio di crampi al muscolo della gamba destra, cercò quindi di alleggerire ancora di più la pedalata, sapeva infatti che c’era ancora una pendenza da affrontare e doveva arrivarci il più fresco possibile. Ai bordi delle strade la gente incitava, la strada cominciava a salire, bevve ancora e poi si rizzò sui pedali come facevano gli altri, il ritmo  si impennò vertiginosamente, sapeva che non lo avrebbe tenuto per molto tempo. Strinse i denti, nella sua mente ripensò a tutti gli allenamenti fatti da mesi , ai sacrifici fatti da lui e dalla sua famiglia,alle ore  di presenza sottratte a sua moglie e alle sue bambine ; agli orari incredibili a cui si era dovuto sottomettere per conciliare lavoro e allenamenti, pensò a sua figlia maggiore lontana in Africa, pensò alla Maison de la Joie a Ouidah,  e al gazebo gentilmente concesso dall’organizzazione locale a scopi benefici; correva anche per loro, per i piccoli orfani che manco lo sapevano di queste sue insensate abitudini.

Strinse i denti, scollinò con solo un leggero ritardo e si buttò, rischiando più volte l’osso del collo in una discesa a “tutta birra”. Raggiunse la coda del gruppetto  che lo avrebbe da ora in poi portato alla zona cambio e alla frazione a piedi. Infatti una decina di minuti dopo, scesero dalla bici, mentre lo speaker all’altoparlante tra una pubblicità e l’altra, segnalava le fasi salienti della gara e la classifica dei concorrenti “buoni”, già arrivati da tempo e che si presentavano per le premiazioni. A lui e agli  altri “normali brocchi.” o “triatleti della domenica”, invece restavano ancora i lunghissimi kilometri a piedi. Bevve un sorso ancora, si tolse il caschetto ( le scarpe no, non si era mai considerato uno  da comprare le scarpette apposite per la bici, preferiva tenere sempre le stesse, negli anni aveva messo i laccetti elasticizzati ed era stato l’unico vezzo che si era permesso per velocizzare i cambi di frazione..). Con un buon ritmo cominciò la frazione corsa, . rifiutò la spugna e il bicchiere d’acqua offerti dallo staff lungo il percorso, si sentiva bene, accelerò ancora un pelo il ritmo e fu un attimo dopo la curva che vide a un duecento metri, il suo “avversario di sempre”; l’amico di allenamenti e di confidenze, con cui condivideva  questo strana mania di fare fatica.  Si sentiva bene fisicamente e soprattutto  di testa, mentalmente cominciò a puntarlo, l’altro non si era accordo ancora del suo rincorrerlo. Un amico comune a bordo strada gli disse, “ vai che sta arrivando F.”, bene penso’ in cuor suo, se ora accelera desìsto, se invece non cambia passo, lo raggiungo. L’altro non  cambio’ passo, da qui capì che era “in crisi”,  le sue gambe invece trovarono nuova linfa e una forza sconosciuta , in  altre poche centinaia di metri il margine del vantaggio del suo avversario si era annullato,  ben presto gli fu accanto. Lo guardo’ e gli disse “dai che è quasi finita”,  era il saluto cameratesco e solidale che si davano i triathleti, in realtà era la mazzata più grossa che potevi dirgli, il poveretto sapeva bene che avrebbe dovuto sopportare un anno di sberleffi   e di scherzi, in caso di sconfitta, per poi poter riprendersi la rivincita solo  l’anno successivo.. Era da quasi 20 anni che si “rovinavano” le estati così, giustificando il fatto che in fin dei conti la manifestazione aveva scopi benefici, che lo si faceva per la salute,  la realtà  invece era  fatta di  allenamenti spasmodici , massacranti e costanti. Ci si organizzava la vita di conseguenza, se si andava in ferie, ci si andava con la bici a rimorchio e le scarpette, e se non c’era il mare o il lago  ci si segnava l’indirizzo e orario di una piscina vicino, così da ormai due decenni,  e nel frattempo i capelli erano ingrigiti, i figli fattisi grandi, le mogli rassegnatesi a questi eterni atleti bambini mai cresciuti.

A due kilometri dall’arrivo lo superò, si sentiva  bene  e si lanciò  in una quasi volata. L’altro provò a resistere, ma poi fu costretto a cedere di schianto e quasi si fermò.  Vide l’arrivo  venirgli incontro, proprio quando la fatica si faceva sentire tutta. Tagliò il traguardo, schiaccio’ il suo cronometro, quasi non ci credeva,  si era migliorato di tre minuti e passa; sì aveva beccato  quella che in gergo s chiama “la giornata perfetta”, può passare una volta nella vita, oppure mai arrivare. A lui era toccata e era stato capace di coglierla. Si’ la gara perfetta, al momento giusto.  Aspettò il suo amico, eterno rivale, una stretta di mano, uno scambio di complimenti e poi via a fare la doccia,  di li’ a poco, dopo il pasta party, si sarebbero di nuovo trovati fianco a fianco per smontare transenne e gazebo, come ogni anno. Si accorse di avere tanti amici con cui condividere questo sport, a lui ormai abituato nelle visite mediche o altro a  rispondere alla domanda: “pratica sport?” “si’ il triathlon “, “ ah bene e sarebbe?”….Pensò che tutto ciò fosse bello e  che soprattutto era bello lo spirito di questo sport, dal primo all’ultimo concorrente il sentirsi   fratelli nella fatica e nella sfida ad arrivare in fondo. Raggiunse sua moglie e sua figlia piccola al gazebo della Maison de la Joie sorridendo, il  sole splendeva anche se il meteo aveva messo pioggia da lì a qualche ora, sperò che lo smontaggio non  avvenisse sotto la pioggia, una costante quest’ultima di quella strana estate,  più da Nord Europa che romagnola.