La mia Africa, il mio Benin, la mia Maison de la Joie a Ouidah

 

 

angela martignoni

La mia Africa, il mio Benin, la mia Maison de la Joie a Ouidah

memorie di una volontaria, Angela Martignoni

Riconosco l’Africa dai suoi rumori, sono i rumori che avverto nel dormiveglia, arrivata all’alba e già sveglia, erano circa le sei e sono da poco passate le otto, dopo una notte di non sonno per il viaggio. Prima uno zappettare assiduo e ritmico alle prese con una terra ostile, poi è il gallo ad intervenire e qualche pianto di bambino,ma quasi contemporaneamente e questo è il rumore rivelatore, un altro struscio primitivo e antico, altrettanto ritmico e assiduo nel cortile della casa accanto. All’inizio non so individuare, poi ecco riapparire nella memoria l’uso frequentissimo degli scopini africani usati solitamente nelle parti esterne delle abitazioni, scomodissimi, bisogna infatti piegarsi in due e procedere così sulla superficie da pulire. Questo scopino è il primo elemento a parlarmi di Africa.
E’ così che la risento; sono di nuovo qui, mi dico.
Nella casa piccoli passi svelti che non possono essere che di bambini; già, oggi è domenica e non vanno a scuola, li sento su e giù per le scale, o sul pavimento del piano superiore.
Quando scendo si avvicinano ad uno ad uno a salutarmi e a darmi il benvenuto, il loro “bien arrivé” o il “bien venu”, è un altro tassello che affiora alla memoria, rituale immancabile per chi arriva, anche dopo un’assenza di pochi minuti. I bambini sono tutti elegantissimi e coloratissimi nei loro abiti tradizionali, pronti per andare a messa. Subito dopo si avverte un inconsueto silenzio.
Come la volta scorsa, altro frammento che si somma al resto, lo stupore della data: 10 novembre, il sole che scotta e l’umidità che sempre dà quella sensazione di poco pulito, sulla pelle, sugli indumenti, sui capelli.
Nel cortile della Maison, sotto la tettoia riscopro le cose che ricordavo: il fuoco acceso sotto una pentola di alluminio, qualche altra pignatta qua e là, le panche, i due tavoli quasi affiancati, i vari contenitori dell’acqua, quella ben riparata e protetta che i bambini possono bere, le loro ciotole colorate tutte pulite ed impilate capovolte su un ripiano, poi più in là quella per lavare le stoviglie e un po’ più lontano quella del bucato, vicine al pozzo.
Sul muro di fronte e questa mi pare una novità, le tante impronte di mani, tutte colorate, tranne quelle dei bianchi che sono rigorosamente nere. Mi sembra giusto!

Quindi i rumori, certe percezioni fisiche, alcune consuetudini, subito dopo le sensazioni che ritrovi intatte. Quella della staticità africana, per esempio che ti trova sempre impreparato; mai essere impazienti qui, mai domandare troppo, mai avere fretta, mai aspettarsi interventi risolutivi, è come se tutto seguisse un suo corso ineluttabile, un grande fiume avvolgente che si porta appresso millenni di storia che sembrano non aver lasciato traccia. Ancora ne resto stupita: il continente più antico del mondo è come se non avesse voce o forza o autorità, un pachiderma enorme che si trascina a fatica nell’impaccio del proprio corpo.
Forse quel passato così intriso di sofferenze impedisce di soffermarsi sul presente e di sperare nel futuro.
Eppure i bellissimi occhi che incrocio, spesso occhi cupi, talvolta enigmatici, sempre intensi, di donne, bambini, uomini sembrano sempre guardare oltre, lontano.
Il ragazzo qui della Maison, Brice, mi chiede, ingenuo? provocatore? perché non fanno mai un Papa africano. Bella domanda, tento risposte anche ovvie, spiego gli ostacoli, faccio presente i problemi, i giochi di potere. Accontentiamoci al momento di averne uno sudamericano, concludo “Le prochain Pape, j’espère qu’il sera Africain”. Mi sorride con aria complice, facendo finta di credermi.
La ragazza svizzera dal nome italiano, Marisa, è partita stamattina col suo zaino sulle spalle alla ricerca del mondo; bambina saggia e coraggiosa, invasa dal desiderio di vedere e conoscere, se ne è andata con le sue ansie, le speranze,le sue convinzioni. Lei, coi suoi occhi azzurri e capelli biondi, meta di sguardi curiosi e indagatori.
Gli sguardi qui sono inevitabili, anche su di me si posano quando cammino per le strade e tento invano di mescolarmi e di confondermi, ma dopo il primo impatto, abbandonando l’assoluto stupore e senz’altro con molto meno entusiasmo, è come se si ammorbidissero, trovando qualcosa di più noto e familiare: sfumature negli occhi e nei capelli forse, basta poco in fondo per scovare analogie anche se molto, molto remote e approssimative.
La accompagniamo con mille raccomandazioni, Brice e io, ad un taxi public che sta per partire per la destinazione della sua prima tappa. Promette di tornare, non si sa quando.

Davide ospite della casa per tre settimane, invece lascia il Benin per tornarsene in Italia molto insoddisfatto. Pensava di trovare progetti più definiti, mansioni più precise, compiti da portare a termine con una certa metodicità e invece il suo volontariato si è praticamente risolto nel nulla, in qualche sua sporadica iniziativa e in tanti, a detta sua per quel breve spazio del nostro incontro, io in arrivo e lui in partenza, troppi buchi vuoti, noiosi tempi che un giovane diciannovenne italiano, in gamba e anticonformista, animato da buone intenzioni non è riuscito a colmare. La sua inesperienza, la sua giovane età, certe sue titubanze necessitavano di una guida: peccato, occasione mancata, capacità non messe a frutto.

Stamattina uno dei grandi bucati nel cortile della Maison, per me il primo.
Aiuto in quella che per me è una posizione del tutto innaturale, tipica invece delle donne africane: la schiena piegata quasi ad angolo retto, le ginocchia tese. Osservo le due donne al mio fianco e imito i loro movimenti negli abili gesti antichi, ancestrali che forse ogni donna possiede. I passaggi nelle varie bacinelle hanno una cadenza ben precisa, la prima per insaponare, la seconda per il controllo delle macchie con un’eventuale altra insaponatura e una prima risciacquatura, la terza per la definitiva risciacquatura. Mi colpiscono certi movimenti rotatori molto armoniosi che non sono solo il nostro sfregare tra le mani l’indumento da lavare, ma un prenderlo e riprenderlo quasi circolarmente e verticalmente, immergendolo parzialmente nell’acqua e nello stesso tempo strofinandolo senza mai lasciare la presa.
Infine i secchi in cui posare tutto il bucato strizzato, pronto per la disposizione al sole nei numerosi fili, altissimi, pronti ad accoglierlo; i bambini devono usare gli sgabelli per arrivarci, io non proprio, ma quasi. Tutto si sussegue in gesti sincroni, rito laborioso, sapiente e muto che si perde nei tempi.
Sarà la quarta o la quinta volta che arrivo alla banca, devo cambiare i miei euro nei franchi locali; la prima volta mi avevano accompagnata Marisa e Davide il giorno stesso del mio arrivo, domenica, ben sapendo che l’avremmo trovata chiusa, ma volevano indicarmi la strada e farmi anche vedere il centro cittadino che in parte ricordavo. Ancora mi colpisce la basilica dai colori confetto: azzurra e rosa, assurda, tozza, con un campanile squadrato che non le offre nessuno slancio.
Poi dal lunedì mattina ripetutamente, rifaccio il percorso, ci sono arrivata a piedi, più di mezzora buona di cammino sotto un sole inclemente, ci sono arrivata col moto taxi che dopo le prime titubanze mi sono abituata a prendere, pur con qualche perplessità residua. I motociclisti sono numerosissimi qui, rare le auto, e tutti sfrecciano a velocità spedita, schivando all’ultimo momento un ostacolo o un pedone, girando e svoltando senza particolari precauzioni, sfiorandosi a volte gli uni con gli altri. Salendo mi limito a dire “doucement” e spero nella buona sorte, nei punti in cui me la vedo davvero brutta chiudo semplicemente gli occhi, tecnica assolutamente stupida che non mi preserva da nulla, se non dal mitigare lievemente la mia stessa paura.
Entro e un impiegato desolato mi ripete il noto ritornello: il n’y a pas de connection”, credo di fulminarlo con lo sguardo, non voglio essere scortese, ma con la stessa desolazione gli chiedo come sia possibile, se esistono problemi, quando si prevede uno sblocco della situazione, allarga le braccia in segno di impotenza, mi suggerisce di andare a Cotonou, mi sorride, incapace di trovare altre risposte.
Torno alla Maison e racconto, tutto sembra che sia nell’ordine delle cose, non so se avvertono fino in fondo il mio disappunto, finché Sonja mi dice che si può tentare con la farmacia, telefona per informarsi e poi mi riferisce che mi accompagnerà lei stessa l’indomani per fare l’operazione. Ma quando ci presentiamo puntuali all’ora pattuita; non hanno tutta la liquidità necessaria e mi rilasciano una specie di ricevuta con la quale devo ritornare il giorno successivo per trovare finalmente tutto l’importo dei tanto sospirati franchi.

 

La messa cattolica è piena di colori e di gioia, la musica molto ritmata invita alla danza, le mani che battono il tempo, immagini di vecchi film persi nella memoria, a metà strada tra Africa e America, le melodie che ricordano quelle di lavoro nelle piantagioni, ma private delle loro note più amare.
Io, naturalmente l’unica bianca nella chiesa, mi si guarda con curiosità in mezzo ai bambini della Maison, mescolata a loro quasi con naturalezza, il mio abito africano chissà se basta a vincere il naturale stupore e forse una certa diffidenza. Soprattutto sono i bambini a fissarmi molto insistentemente, meravigliati che bambini assolutamente identici a loro mi circondino, mi stiano così vicini, mi parlino, mi prendano le mani, si appoggino a me, addirittura mi vogliano venire in braccio. Dopo svariate analisi qualche sorriso si fa strada anche nei loro visi meravigliati.
Anita
Stento a riconoscere la bambina di sempre quando compitissima e devo riconoscere graziosissima mi fa, su suggerimento di qualche adulto, una specie di anacronistico inchino – riverenza con le braccia conserte, la testa un po’ piegata di lato, le ginocchia lievemente piegate, un sorriso di circostanza.
La preferisco quando, fuori da ogni cerimonia, mi invita con la manina ad andare a “rubare” uno dei miei biscotti di cui ha scoperto la collocazione; “viens”, mi ripete più volte con occhi ammiccanti e un sorriso d’intesa, la mano piegata su se stessa, “viens, viens”, insiste ancora per convincermi a seguirla.
E quando, divertentissima e un po’ dissacratoria, terminata la preghiera che precede ogni pasto, per cui lei muove solamente le labbra, al momento del segno della croce, in modo molto buffo fa scorrere due volte il suo braccio destro diagonalmente sul suo busto e subito incomincia a mangiare senza troppe meditazioni.
Oppure quando, per niente compita, si butta sul divano al mio fianco, gambe e braccia protese verso il soffitto e si concede a risate forsennate, desiderosa soltanto di giocare e di divertirsi.
O, quando, fantasiosa, prende un sacchetto in cui sono un paio di miei sandali come fosse una borsa e finge di uscire dal cancello salutando tutti, “au revoir” , si gira osservandoci e poi ritorna estraendo dalla “borsa” i “gateaux” che faccio finta di mangiare e di gradire moltissimo.
O, ancora quando, sfinita, cerca il mio corpo per cedere finalmente al sonno; prende le mie mani, le tiene tra le sue, poi si mette il mio braccio intorno alle sue spalle e lì se lo sistema tenendolo premuto in un abbraccio, appoggia la testa sul mio seno e chiude gli occhi tranquilla addormentandosi.
Mi riporta a tempi lontani tenerissimi quando un’altra bambina si accoccolava su di me nello stesso identico modo.
Anita, inconsueto questo nome spagnolo in Africa, due anni.
Quando le viene improvvisamente un febbrone violentissimo non si lamenta, si sdraia e si copre con uno scialle, vuole fare tutto da sola, attenta che le salga fino al collo e le raggiunga e comprenda i piedi, più volte alza la testa per accertarsi di essere ben coperta e sta lì guardando con occhi lucidi socchiusi, sta lì ad aspettare paziente.
Ha ereditato la pazienza del suo popolo, la pazienza che già ha dovuto sperimentare nel suo minimo passato, quella che le sarà utile nel suo non facile futuro.
Le scappa la pipì e le dico che le vado a prendere il vasino, so bene che non le è permesso, che lei trasgredirebbe ad una delle regole e infatti mi fa cenno di no con la testa, si alza sul suo corpicino bollente, si infila le sue ciabattine infradito blu e rosa e coi suoi piedini rapidissimi percorre tutto il cortile per raggiungere la consueta posizione.
Poi ritorna, si risdraia, si ricopre, sospira, mi guarda prima di richiudere gli occhi. Sto lì con lei, preoccupata per la sua salute, le metto un mio fazzolettino bagnato sulla fronte. Fazzoletto che non abbandonerà più, neanche dopo la guarigione, sempre con lei; lo laviamo insieme un giorno e, asciutto, glielo consegno e lei lo ripone tra le sue cose, in mezzo alle sue magliette e calzoncini, lo ritrovo quando salgo per darle l’ultimo bacio la notte della mia partenza, eccolo stretto tra le sue mani insieme con un giochino che avevo regalato a ciascuno di loro il giorno prima. Lei è ormai addormentata.
Anita, due anni, bambina bellissima, mi ricorda l’immagine più nota di Nefertiti , e senza dubbio intelligentissima. Sola al mondo.

 

Ma come Anita tante e tanti altri.
Fernande, tre anni, vivacissima e molto irrequieta, si contende spesso con Anita, sono le due piccoline della Maison, il posto sulle mie ginocchia per non stare poi ferma un minuto. Arguta, uno sguardo malandrino e ironico, sempre in cerca di attenzioni; nei momenti in cui non gliene presti abbastanza, ti richiama all’ordine con un “regardes-moi” e non puoi sfuggirle. Spericolata, si appende in punti impensabili, finge di cadere perché tu vada in suo soccorso, si mette poi a ridere chiassosamente molto divertita.

Ida, tristissima e solitaria bambina, quando riesco a farla sorridere, è una grande vittoria. Le sue gioie più grandi leggermi i dialoghi del suo libro scolastico che lei segue compunta parola per parola con il suo indice minuscolo e ripetermi l’alfabeto francese; un sabato pomeriggio le insegno i numeri inglesi da uno a dieci e la canzoncina dell’alfabeto inglese, impara tutto istantaneamente, ripete, ripete e canta canta all’infinito finalmente contenta. Quando ha capito che di me ci si può fidare, mi mostra una ferita nella pianta del piede; gliela lavo bene, gliela disinfetto, le metto un cerotto candido che lei continua ad osservare e a controllare temendo di perderlo, lo mostra a tutti compiaciuta e gira nel cortile, sulle scale, nelle camere con aria molto soddisfatta. Da quel giorno ogni giorno ritorna a farsi “visitare” finché una volta stabiliamo insieme che la guarigione è certa.
E da quel giorno tutti in processione a venirmi a mostrare graffi, piccole abrasioni, spelature varie, tutti a farmi ispezionare braccia, ginocchia, gambe, visi, ad indicarmi i punti, a volte impercettibili, postumi spesso inesistenti di vecchie cadute, tutti molto delusi quando minimizzo la portata delle loro ferite.
Dine che mi rincorre sempre per essere fotografato, spesso con i miei occhiali da sole che appoggia, enormi, sul suo bellissimo viso. Oppure si avvicina, anche troppo, all’obiettivo con le dita in primo piano in segno di vittoria. Poi vuole subito vedere i risultati e ogni volta che appare la sua immagine ed appare spessissimo, a voce alta commenta “c’est-moi!” con un entusiasmo tale da contagiare tutti.

Badran, tenero Badran, con grandi occhi vellutati sempre un po’ pensierosi, in più occasioni arriva improvvisamente per essere coccolato, poi dice di essere “grand” e si alza e se ne va a scrivere sulla sua lavagnetta. Ogni volta che lo vado a prendere alla scuola materna, mi corre incontro felice. Fino alla fine io per lui sarò Angéla.
Samuel mi chiama spesso per controllargli i compiti, timido, ama però scherzare e prendersi un po’ gioco delle situazioni, finge di non capire, si fa ripetere le cose, poi scrive tranquillo quello che sapeva benissimo fin dall’inizio. E’ fratello di Pierrette e Marcellin.

Romuald, molto simile a lui nelle caratteristiche fisiche, tanto quasi da confonderli: stessa altezza stessa corporatura, credo stessa età, circa dieci anni, i più grandi tra i ragazzini, osserva taciturno i movimenti di tutti, disponibile, aiuta quando si deve trasportare qualcosa di più pesante, con Samuel si divide il compito di tirare su l’acqua del pozzo con il secchio..

Marcellin è dolcissimo, un sorriso molto largo che illumina il suo bel viso triangolare, mi chiama e si nasconde, facendomi capolino da dietro le porte, le poltrone, le colonne del porticato, ripete spesso le mie parole come un’eco immediata e poi cammina svelto svelto tra la sua camera e l’esterno, sempre con un’aria un po’ assorta.

Pierrette è sua sorella, stesso viso, stesso sorriso, stessa dolcezza. Spesso indaffarata con le sue coetanee, Christiane, la ricordo con un vestino rosa shocking, Jeannette con un abitino a balze bianco candido e la più grandina Estelle, con un’aria più seria e matura, tutte impegnate sia con compiti, o sulla terrazza dell’ultimo piano a ripiegare i loro abiti, sia prese da altri aiuti domestici quando è assente l’impegno scolastico, ma la sera, prima del sonno, in camera a chiacchierare fitto tutte insieme, a scambiarsi sorrisi d’intesa e bigliettini minuscoli che subito nascondono, immerse in conversazioni un po’ misteriose come tutte le ragazzine del mondo.
Pierrette Christiane
Jeannette Estelle
Rose con grandi labbra rosa, si muove silenziosa in cucina, vuole aiutare, apparecchia, sistema, lava qualche stoviglia, prepara la pasta asciutta che qualcuno le ha insegnato a cuocere a puntino, aggiungendo al momento della scolatura un po’ di acqua fredda, e a buttarla poi in un tegamino sul fuoco in cui è pronta la sauce” con cui viene condita. Buonissima, degna di un buon ristorante italiano. Rose al centro con Eugénie la grande

Eugénie la grande, alta, struttura imponente, si stenta a credere ai suoi dodici anni, collabora parecchio nelle faccende domestiche, spesso in cortile alle prese con riso o mais da ripulire, con verdure da tagliuzzare, con pezzi di pesci da liberare delle loro parti non commestibili e poi da lavare. Con la coda dell’occhio osserva tutto e dà un’occhiata ai più piccoli, che non si facciano male.
con Estelle

Eugénie la petite, sempre grandi sorrisi e grande laboriosità. Spazza il cortile col famoso scopino raccogliendo foglie e polvere con solerte minuzia. Poi spesso si sdraia nel porticato e, quando la sera io occupo la mia posizione abituale, in cerca di un po’ di fresco, seduta sull’ultimo gradino e appoggiata ad una delle colonne, mi si mette accanto timidamente. Sorella di Ida, è affetta da una menomazione a gambe e braccia e prossima ad un intervento, si spera risolutore, nel grande ospedale Fatebenefratelli di Padre Fiorenzo, struttura sanitaria di avanguardia,soprattutto per un paese come il Benin.

Charles, occhi intensi e profondi in un viso dai lineamenti marcati, compitissimo in certi momenti, si scatena in altri in una vivacità senza confini. Quando si ammala di malaria, vaga mogio nella casa coi suoi grandi occhi luccicanti per la febbre, sembra non trovare spazi che lo accolgano e lo facciano stare meglio, spesso si corica sul divano per stare più vicino agli altri e seguire i loro giochi, non potendovi partecipare.

Rachida e Talatou sono già al Liceo. Con Rachida ripassiamo più di una volta la letteratura francese, siamo ormai prossimi ai risultati del primo trimestre; leggiamo insieme, le schematizzo le cose essenziali e lei ripete; con Talatou facciamo esercizi di analisi logica e scriviamo brevi componimenti in inglese. In uno dobbiamo scrivere una lettera in cui dissuadiamo i giovani ad avere molti partners sessuali. Mi stupisco del tema e lei mi spiega che è una specie di campagna contro il SIDA , la sigla lì usata per l’AIDS.
Però, sono evoluti in Benin!, penso. Tutto questo avviene nella grande terrazza dell’ultimo piano (“en haut”, per distinguere ciò che è giù, cioè “au bas”) la sera, dopo le nove e mezza, quando i piccoli sono tutti a dormire.

Talatou, con gonna rosa di profilo Rachida, la prima a sinistra in prima fila.

Ed infine Rachida e Bintou, suppongo sui diciotto anni, che, terminati gli studi, sono apprendiste presso una delle tante sartorie della città e che quindi per forza di cose hanno orari diversi, ma che comunque nei momenti liberi aiutano come tutti gli altri nelle attività della Maison.

Bintou con Eugénie la grande Rachida, dietro Marisa
Oggi giornata di ufficialità.
Razack, padre di Dine, molto gentilmente mi chiede di accompagnarlo ad una riunione della Scuola Materna. Lì mi conoscono ormai, tutti i giorni accompagno e vado a prendere i “nostri” tre bambini che la frequentano: Badran, Dine, Fernande. Ci fanno accomodare in un’aula dove già ci sono alcuni genitori, dopo poco ci viene letto l’ordine del giorno: qualche precisazione sull’orario delle lezioni, soprattutto pomeridiane e l’organizzazione della festa pre-natalizia prevista nella scuola. La Direttrice inizia la trattazione dei punti e si esprime nel dialetto locale, il fon; all’inizio la cosa mi stupisce, poi riflettendo, penso che la ragione possa essere nel fatto che sono tutto sommato pochi i genitori a conoscere il francese. Cerco di seguire le espressioni del suo viso , le intonazioni della voce, i gesti, le pause, le tonalità, le reazioni in chi ascolta, capto qua e là qualche parola che si avvicina al francese; vagamente intuisco ciò di cui si sta parlando. Un collaboratore scolastico interviene e mi fa un piccolo riassunto in francese, le mie interpretazioni non erano del tutto inesatte.
Mi guardo intorno, parecchie le donne, qualche uomo; non è poi tanto diverso dalle nostre riunioni scolastiche; entrano in ritardo mamme coi loro bambini piccoli, portati dietro la schiena nel loro tipico modo, quando si siedono, spostano il bambino e lo fanno scivolare in avanti. Spesso lo attaccano anche al seno. Giovani donne delle cui esistenze riesco a immaginare molto poco, chissà chi di loro lavora, chi si carica in testa quei grandi contenitori con frutta, o formaggio, o altri prodotti per andarlo a vendere nei mercati o nelle vie, certo è che parecchie di loro arrivano a prendere i loro figli guidando lo scooter.
La riunione ha termine, ci si alza, ci si saluta, qualcuno viene a stringermi la mano. Razack

Nel pomeriggio andiamo Razack, Brice e io nel Municipio di Ouidah per un’altra convocazione, questa volta riguardante le associazioni che si occupano di infanzia. Una piacevole aria condizionata ci ristora del gran caldo.
Si tratta praticamente di un controllo della documentazione in possesso della Maison; Brice illustra tutto, esibisce tutte le carte; precisa che l’organizzazione onlus a cui si fa capo risiede in Italia e numerosi sono gli italiani che arrivano qui a dare una mano, mi presenta e io non posso che confermare di essere una volontaria italiana, al momento qui in aiuto ai bambini e alla struttura. Con noi altre persone, tra cui un israeliano, perlopiù facenti parte di orfanotrofi. Per fortuna qui la lingua utilizzata è solo il francese.
Brice
Oggi una visita per me, qualcuno viene a dirmi che c’è un signore alla porta che è venuto a trovarmi.
Esco subito e vedo Ayéna, così gentile da affrontare un viaggio certamente non comodo e confortevole.
E’ quasi ora di pranzo, lo invito a salire per mangiare qualcosa con me; sul tavolo è pronta la pâte rouge, una polentina di mais col pomodoro, qualche pezzo di formaggio fritto e l’ananas, aggiungo un piatto e ci dividiamo tutto.
Ayéna, per prima cosa, mi chiede notizie del gruppo di Bergamo di cui lui è il referente locale e poi mi parla della sua terra, del Togo, a parer suo, la più povera delle terre circostanti, forse addirittura la più povera del mondo.
Mi parla del raccolto del riso che andrà totalmente in fumo per la scarsità delle piogge, unica speranza per quelle famiglie che non possiedono altro, che avevano investito tutto su quello e non hanno altra risorsa; “c’est la misère”, mi dice e me lo ripete più volte, fissandomi a lungo, come per farmi capire bene e fino in fondo il significato di questo concetto e io in effetti che annuisco seria e partecipe, ho una vaga idea di che cosa possa realmente e praticamente comportare questa misère.
Mi spiega anche che le piantine seccate forse potevano essere tagliate in tempo utile nella speranza di una loro ripresa e ricrescita in un secondo momento. E’ lui stesso a dirmi che mancano le più rudimentali conoscenze, manca la formazione, mancano le basi per poter procedere in qualsiasi direzione. Non posso che essere d’accordo. Manca come al solito anche l’iniziativa, la tenacia, lo spirito di intraprendere qualsiasi cosa.
I bambini non resistono a lungo, li sento sulle scale che bisbigliano, che passano e ripassano, immagino la loro curiosità nei confronti di quest’uomo, straniero, venuto a trovarmi, che io ho definito “ami”. Qualcuno, più impaziente di altri, si sporge dalla porta, manco a dirlo sono i piccolini, ci avrei scommesso: Badran e Dine che, indecisi, non sanno se entrare o meno, Fernande e Anita, più timorose, restano indietro. Li faccio entrare tutti e quattro e li presento ad Ayéna che sta per accomiatarsi, deve tornare prima di una certa ora, anzi, vorrebbe che andassi con lui a Lomé per rientrare il giorno dopo, gli spiego le difficoltà e lo accompagno verso l’uscita. Naturalmente col codazzo dei bambini al seguito. Sulla porta vuole farsi fotografare con me da una Sonja, se possibile ancora più curiosa dei bambini.

Le due donne che si occupano della Maison, oltre ai due uomini Razack e Brice, sono Sonja e Zinath.
Sonja fa generalmente la spesa, cucina molto bene, soprattutto quando ci sono ospiti, entrambe fanno il bucato e le pulizie. Le piace ripetere “mamma mia!” in presenza degli italiani e “è pronto”, con una cadenza un po’ nasale, alla francese, quando i suoi deliziosi piatti sono già sul tavolo. Ha una voce bellissima, in contrasto col suo fisico matronale, sottile e delicatissima che usa soprattutto per canzoni religiose, lei fervente cattolica fa parte del coro cittadino che si esibisce spesso nella Basilica della città. E’ sorella di Brice e madre di Charles.
Nell’ultimo mio giorno, dopo aver lasciato l’impronta delle mie mani sul muro, le ha volute sulla sua maglietta gialla; si è anche alzata alle due e mezza di notte per salutarmi e augurarmi buon viaggio.

Zinath è maman per tutti, piccoli e grandi. Al mattino si alza molto presto per scaldare l’acqua per fare il primo bagno ai bambini, alle due del pomeriggio ripete il lavaggio nel cortile prima della ripresa delle lezioni pomeridiane, qualche volta anche tra le cinque e le sei di sera, prima che il sole tramonti. Parla pochissimo in francese, ma ci capiamo in qualche modo; è sorridente, generosa, molto cordiale. Le voglio insegnare a scrivere, le elenco le lettere dell’alfabeto francese abbinandole a suoni di parole a lei note, dopo giorni e giorni qualche piccolo successo: “en haut”,nella “sua” terrazza assolata, la trovo spesso con matita e quaderno che copia le mie parole e ne tenta qualche altra. Ha trentacinque anni, otto figli, tra cui Badran, vedova, di religione mussulmana. Famose le sue “preghiere”, “elle est à prier” – mi dicono Anita e Fernande, spesso correggendosi con un sussurrato, quasi segreto “elle est à dormir” , versione spesso più plausibile. L’ho chiamata più volte da quando sono tornata in Italia per risentire lei e i bambini.

I miei ultimi cinque, sei giorni sono caratterizzati dal ritorno di Marisa e dalla venuta dall’Italia di Piera e di Giovanni. Riprendo a mangiare con loro nella sala da pranzo, nelle mie lunghe settimane in cui ero sola, mangiavo con i bambini, nel cortile. Ricominciano le chiacchierate, lo scambio di impressioni, qualche commento en passant sulla povera Italia; tanti, tanti racconti di Marisa sulla sua esperienza di viaggiatrice solitaria.
Ma come spesso succede in Africa, sono le cose non dette che lasciano il segno, quello che ti succede e non riesci ad esprimere perché troppo intimo, difficile, duro; è quella l’Africa che ti entra dentro e si impossessa di qualcosa; lo capisco, lo vedo nei suoi occhi, lo sento nelle sue espressioni, la percepisco diversa e non so dire esattamente come e dove. E’ come se questo viaggio l’avesse segnata profondamente, come il mio di due anni fa, non sai più quale sia il tuo mondo e quale sia in fondo il mondo reale. Io dico che è questo e l’altro, in cui tutti corrono smaniosi e si arrabattano, da qui mi appare come un gran palcoscenico con una commedia ben recitata.
Noi due riprendiamo le nostre peregrinazioni nella città, a Piera non piace camminare, di ritorno dal mercato dove devo assolutamente trovare il burro di karité perché ormai senza burro di karité non si può più stare e ho una schiera di fedelissimi che lo stanno aspettando, facciamo percorsi nuovi, strade alternative, scopriamo un quartiere con ville enormi, piscine, grandi giardini, ci chiediamo chi possa vivere lì, torniamo colanti alla Maison, bisognose dell’ennesima doccia.
Giovanni e Piera portano vivacità alla Maison. Prima di tutto, un mattino, finalmente! portiamo i bambini alla spiaggia, poi, Giovanni ha progetti a non finire su come farli divertire; tanti i giochi che propone e tanti ne crea, dall’Italia arriva con degli acquerelli che vorrebbe far utilizzare a tutti, ma si può immaginare con quanta enfasi vengano accolti; bisogna stare ai primi danni prima che tutto sia impiastricciato da colori, acqua, pennellate. Meglio procedere con piccoli gruppi. D’altronde Giovanni è molto eclettico, non gli mancano le idee. Vuole costruire delle racchette e gli occorre un falegname, poi vorrebbe fare tante altre cose in quei pochi giorni, quando io parto nella notte tra sabato e domenica ha ancora due giorni per mettere a punto tutto.
Piera arriva con dei fondi raccolti in Italia che spende acquistando riso, mais, frutta, farmaci, destinati in parte alla Maison, ma soprattutto all’orfanotrofio di Lokossa da cui tanti dei bambini provengono, orfanotrofio che visitiamo insieme un giorno, con Giovanni e Brice e da cui torniamo con un acuto senso di tristezza e di impotenza, in confronto la Maison ci pare una residenza assolutamente privilegiata.
Abile cuoca, Piera promette pizza per tutti e io la aiuto volentieri nel lavoro. Compriamo barattoli di salsa di pomodoro, cipolle, lievito e ci mettiamo all’opera, lei nelle operazioni più impegnative, io in quelle più modeste. Annunciamo a Sonja e a Zinath che scenderemo verso le cinque, cinque e mezza con la pizza già tagliata: eccoci pronte all’appuntamento: pizza graditissima, solo Piera, severa con se stessa, non è del tutto soddisfatta, ma si deve ricredere, è mangiata da tutti con golosità, occasione di gioia collettiva e di buonumore, con l’aggiunta, buffa e un po’ sconcertante, di trovare giù in cortile i piccoli tutti nudi, pronti per la loro doccia serale. Per carità, non ci formalizziamo!

Quando cammino su queste strade polverose ed assolate, calpestando gli odiosi sacchetti di plastica neri in mezzo a cumuli di immondizia, con sterpaglie ai lati e galline striminzite che beccano chissà cosa, senza speranza, le più brutte galline che io mai visto con pulcini dalle rade piume ispide e sporche, molto lontani dai nostri teneri pulcini che tutti abbiamo in mente, quando vedo i miei piedi affondare in questa terra rossa e le mie orme a fianco, dietro e davanti, mescolate a tante altre orme delle inconfondibili infradito, mi dico che il mondo non potrà mai cambiare.
Porterà con sé le sue innumerevoli contraddizioni, i suoi squilibri, i suoi problemi, le sue ingiustizie, i suoi quesiti insoluti, si radicalizzerà nelle sue infinite domande, si perderà nelle sue analisi e nei suoi numerosi contrasti.
Sollevo polvere sotto un sole cocente e passo accanto alle povere merci esposte, guardo gli enormi catini di alluminio che accolgono farine di ogni genere, cereali e qualche ortaggio, tutto coperto alla bell’e meglio, parecchi i barattoli di dolciumi poco invitanti, i “bonbons” tanti cari ai bambini della Maison, le uova; numerosi, invece, i tanti vasi e vasetti di creme, spesso sbiancanti, i flaconi di bagni schiuma e di shampoo tutti allineati, e che dire dei pneumatici di motociclette incredibilmente appesi come fossero oggetti preziosi, tutti in fila legati l’uno all’altro e avvolti in carte dorate o argentate; guardo le diffusissime rudimentali insegne di acconciature femminili e le svariate sartorie con i loro tessuti variopinti in mostra, in contrasto con i rari negozi di confezioni già pronte che seguono la moda occidentale, coi loro manichini bianchi, sempre e soltanto paradossalmente bianchi, sorrido di fronte alle cabines téléphoniques assurde, ridicole, gabbiottini in legno con scritte anche religiose che offrono ricariche telefoniche vantaggiosissime, e poi, ecco immancabili, i moto taxi fermi ai lati delle strade o agli incroci, sempre pronti a caricarti per una manciata di franchi.
Quelli che sostano vicini a noi ormai mi vedono passare più volte al giorno, il loro angolo tappa obbligata per raggiungere la scuola materna, ci si saluta e ci si sorride, soprattutto quando mi fermo, attenta, prima di attraversare con i bambini a grappolo intorno, Fernande che si fa tirare, Dine e Badran spesso con fiori che colgono lungo la strada, o ogni quant’altro che raccattano da terra, qualche volta anche Anita che, in prossimità dell’ora x, si prepara e si fa trovare pronta nel cortile, pipì fatta e ciabattine infilate.
Il solito sentiero in cui pestiamo e calpestiamo ogni genere di cose, ho poco da dire di fare attenzione, di guardare bene dove mettere i piedi, hanno ragione a non ascoltarmi, qui, in questo tratto tutto è così, non fa differenza, la spazzatura aumenta e si accatasta fino ad essere ogni tanto bruciata.
Ogni giorno, più volte al giorno incrociamo gli stessi visi, gli stessi sguardi, bambini piccoli seduti per terra che giocherellano davanti alle loro case, sentiamo gli stessi suoni, rivediamo gli stessi gesti, pestano cereali, mescolano farine, le fanno cuocere sui loro fuochi all’aperto; ritroviamo il ragazzo del mulino, dodici anni, bianco da capo a piedi, esce ogni tanto sulla porta per respirare un’aria migliore dalla solita impregnata di polvere che si forma nel suo bugigattolo. “C’est le moulin” – mi dicono a turno i bambini e io “vite, vite” perché transitino e non sostino troppo a lungo in quel polverone che fa mancare il fiato.
Ma non è l’unica strada che faccio, la percorro in lungo e in largo la città; ormai ne conosco ogni angolo.
Donne che ti sorridono o ti guardano serie nel loro portamento elegante e regale, molte ormai con parrucche di capelli artificiali liscissimi, lunghi e lucenti, come mai loro potrebbero avere, ostentatamente portate ed esibite, spesso anche adornate da qualche mèche chiara, tutto stonatissimo sui loro visi scuri solitamente così belli e alteri. Finiti i tempi in cui Angela Davies manifestava nelle città americane con la sua chioma riccia e crespa e rivendicava con orgoglio la sua appartenenza, gridando e sostenendo il suo storico “black is beautiful”.
Guardo e passo, cammino e cammino senza sosta nelle strade polverose e in quelle rarissime pavimentate, annuso gli odori insistenti e penetranti, mi immergo in questo mondo oscuro che in continuazione sfugge, ti accoglie e ti respinge ad intermittenza.
I bambini con il loro “yovo”, epiteto rivolto ai bianchi, a metà strada tra la provocazione e lo scherzo, si avvicinano coi loro “bonsoir” a qualsiasi ora del giorno, mi spiegano che è una questione di rispetto usarlo anche al mattino, e vorrebbero toccarti o stringerti la mano e ti sorridono con un’aria gioiosa e talvolta un po’ sfrontata, loro gli Africani del futuro, con le loro tristi divise scolastiche di un beige spento, un non colore indistinto, scialbo scialbo, così lontano dai colori sgargianti e vivaci dei loro abiti tradizionali. Loro i futuri uomini e donne di questo mondo apparentemente immobile.
“How many roads must a man walk down before you can call him a man” – le parole di Bob Dylan mi accompagnano nei miei passi spediti. Quante saranno ancora le strade da percorrere, se non sono finora bastate quelle degli schiavi incatenati durante il loro tragico cammino, quante le polveri da inghiottire, quanto il fumo da respirare che ti solletica la gola e ti ferisce gli occhi, quante le farine da rimestare in quegli enormi recipienti che il fuoco non riesce ad annerire o quelle da pestare coi movimenti eterni che le donne continuano a fare? Quanti bucati ancora dovranno essere fatti, fregando e sfregando tra le mani fino a farle insanguinare indumenti ormai lisi, quanti scopini dovranno ancora essere consumati, per spazzare tutti i cortili e per raccogliere tutte le foglie, per pulire e ripulire ciò che forse non sarà mai pulito?
No, non cambierà più questo mondo, mi ripeto, raggiungendo per l’ultima volta i due simboli di Ouidah che non voglio perdere: L’Arbre de l’Oubli in una piazza non lontana dal Forte Portoghese, oggi bel Museo Storico, qui i neri scelti per il lungo terribile viaggio, dopo gli addii, compivano il rituale giro intorno ad un albero, nove volte gli uomini e sette le donne, per dimenticare la propria famiglia, la propria storia, la propria patria e poi, marchiati a fuoco e incatenati percorrevano la lunga strada, ora Route des Esclaves, fino alla spiaggia, dove oggi sorge la Porte du Non Retour, fatta costruire dall’Unesco in memoria di tutto questo, porta che si staglia enorme contro un cielo immoto e davanti ad un mare mai tranquillo.
Qui aveva inizio quel commercio infame, da qui partivano le navi negriere per il Nuovo Mondo, verso quel destino che ben sappiamo.
Guardo ancora tutto per l’ultima volta, per l’ultima volta fotografo, per l’ultima volta ricalpesto la fine sabbia dorata ricca di conchiglie, mi siedo su un vecchio tronco di fronte a ciò che non ha confini.
Questa volta l’Africa lascerà un segno ancora più profondo, lo sento, incancellabile, quest’Africa che ti divora e ti lascia inerme, senza respiro, ma che nello stesso tempo in qualche modo ti rigenera, quest’Africa stanca e rassegnata che arriva a scavarti l’animo e che sembra spogliarti e toglierti tutto per poi restituirtelo con più vigore, l’Africa soprattutto dei bambini conosciuti, presi, accarezzati, baciati, ascoltati nelle loro parole spesso incomprensibili, coi loro visi seri, sorridenti, tristi, scherzosi, buffi, è questa l’Africa che non se ne andrà, che non se ne vorrà andare, che tornerà con prepotenza ed insistenza nei pensieri e nei ricordi.
AFRICA 2013 -9 novembre – 8 dicembre 2014

Riconosco l’Africa dai suoi rumori, sono i rumori che avverto nel dormiveglia, arrivata all’alba e già sveglia, erano circa le sei e sono da poco passate le otto, dopo una notte di non sonno per il viaggio. Prima uno zappettare assiduo e ritmico alle prese con una terra ostile, poi è il gallo ad intervenire e qualche pianto di bambino,ma quasi contemporaneamente e questo è il rumore rivelatore, un altro struscio primitivo e antico, altrettanto ritmico e assiduo nel cortile della casa accanto. All’inizio non so individuare, poi ecco riapparire nella memoria l’uso frequentissimo degli scopini africani usati solitamente nelle parti esterne delle abitazioni, scomodissimi, bisogna infatti piegarsi in due e procedere così sulla superficie da pulire. Questo scopino è il primo elemento a parlarmi di Africa.
E’ così che la risento; sono di nuovo qui, mi dico.
Nella casa piccoli passi svelti che non possono essere che di bambini; già, oggi è domenica e non vanno a scuola, li sento su e giù per le scale, o sul pavimento del piano superiore.
Quando scendo si avvicinano ad uno ad uno a salutarmi e a darmi il benvenuto, il loro “bien arrivé” o il “bien venu”, è un altro tassello che affiora alla memoria, rituale immancabile per chi arriva, anche dopo un’assenza di pochi minuti. I bambini sono tutti elegantissimi e coloratissimi nei loro abiti tradizionali, pronti per andare a messa. Subito dopo si avverte un inconsueto silenzio.
Come la volta scorsa, altro frammento che si somma al resto, lo stupore della data: 10 novembre, il sole che scotta e l’umidità che sempre dà quella sensazione di poco pulito, sulla pelle, sugli indumenti, sui capelli.
Nel cortile della Maison, sotto la tettoia riscopro le cose che ricordavo: il fuoco acceso sotto una pentola di alluminio, qualche altra pignatta qua e là, le panche, i due tavoli quasi affiancati, i vari contenitori dell’acqua, quella ben riparata e protetta che i bambini possono bere, le loro ciotole colorate tutte pulite ed impilate capovolte su un ripiano, poi più in là quella per lavare le stoviglie e un po’ più lontano quella del bucato, vicine al pozzo.
Sul muro di fronte e questa mi pare una novità, le tante impronte di mani, tutte colorate, tranne quelle dei bianchi che sono rigorosamente nere. Mi sembra giusto!

Quindi i rumori, certe percezioni fisiche, alcune consuetudini, subito dopo le sensazioni che ritrovi intatte. Quella della staticità africana, per esempio che ti trova sempre impreparato; mai essere impazienti qui, mai domandare troppo, mai avere fretta, mai aspettarsi interventi risolutivi, è come se tutto seguisse un suo corso ineluttabile, un grande fiume avvolgente che si porta appresso millenni di storia che sembrano non aver lasciato traccia. Ancora ne resto stupita: il continente più antico del mondo è come se non avesse voce o forza o autorità, un pachiderma enorme che si trascina a fatica nell’impaccio del proprio corpo.
Forse quel passato così intriso di sofferenze impedisce di soffermarsi sul presente e di sperare nel futuro.
Eppure i bellissimi occhi che incrocio, spesso occhi cupi, talvolta enigmatici, sempre intensi, di donne, bambini, uomini sembrano sempre guardare oltre, lontano.
Il ragazzo qui della Maison, Brice, mi chiede, ingenuo? provocatore? perché non fanno mai un Papa africano. Bella domanda, tento risposte anche ovvie, spiego gli ostacoli, faccio presente i problemi, i giochi di potere. Accontentiamoci al momento di averne uno sudamericano, concludo “Le prochain Pape, j’espère qu’il sera Africain”. Mi sorride con aria complice, facendo finta di credermi.
La ragazza svizzera dal nome italiano, Marisa, è partita stamattina col suo zaino sulle spalle alla ricerca del mondo; bambina saggia e coraggiosa, invasa dal desiderio di vedere e conoscere, se ne è andata con le sue ansie, le speranze,le sue convinzioni. Lei, coi suoi occhi azzurri e capelli biondi, meta di sguardi curiosi e indagatori.
Gli sguardi qui sono inevitabili, anche su di me si posano quando cammino per le strade e tento invano di mescolarmi e di confondermi, ma dopo il primo impatto, abbandonando l’assoluto stupore e senz’altro con molto meno entusiasmo, è come se si ammorbidissero, trovando qualcosa di più noto e familiare: sfumature negli occhi e nei capelli forse, basta poco in fondo per scovare analogie anche se molto, molto remote e approssimative.
La accompagniamo con mille raccomandazioni, Brice e io, ad un taxi public che sta per partire per la destinazione della sua prima tappa. Promette di tornare, non si sa quando.

Davide ospite della casa per tre settimane, invece lascia il Benin per tornarsene in Italia molto insoddisfatto. Pensava di trovare progetti più definiti, mansioni più precise, compiti da portare a termine con una certa metodicità e invece il suo volontariato si è praticamente risolto nel nulla, in qualche sua sporadica iniziativa e in tanti, a detta sua per quel breve spazio del nostro incontro, io in arrivo e lui in partenza, troppi buchi vuoti, noiosi tempi che un giovane diciannovenne italiano, in gamba e anticonformista, animato da buone intenzioni non è riuscito a colmare. La sua inesperienza, la sua giovane età, certe sue titubanze necessitavano di una guida: peccato, occasione mancata, capacità non messe a frutto.

Stamattina uno dei grandi bucati nel cortile della Maison, per me il primo.
Aiuto in quella che per me è una posizione del tutto innaturale, tipica invece delle donne africane: la schiena piegata quasi ad angolo retto, le ginocchia tese. Osservo le due donne al mio fianco e imito i loro movimenti negli abili gesti antichi, ancestrali che forse ogni donna possiede. I passaggi nelle varie bacinelle hanno una cadenza ben precisa, la prima per insaponare, la seconda per il controllo delle macchie con un’eventuale altra insaponatura e una prima risciacquatura, la terza per la definitiva risciacquatura. Mi colpiscono certi movimenti rotatori molto armoniosi che non sono solo il nostro sfregare tra le mani l’indumento da lavare, ma un prenderlo e riprenderlo quasi circolarmente e verticalmente, immergendolo parzialmente nell’acqua e nello stesso tempo strofinandolo senza mai lasciare la presa.
Infine i secchi in cui posare tutto il bucato strizzato, pronto per la disposizione al sole nei numerosi fili, altissimi, pronti ad accoglierlo; i bambini devono usare gli sgabelli per arrivarci, io non proprio, ma quasi. Tutto si sussegue in gesti sincroni, rito laborioso, sapiente e muto che si perde nei tempi.
Sarà la quarta o la quinta volta che arrivo alla banca, devo cambiare i miei euro nei franchi locali; la prima volta mi avevano accompagnata Marisa e Davide il giorno stesso del mio arrivo, domenica, ben sapendo che l’avremmo trovata chiusa, ma volevano indicarmi la strada e farmi anche vedere il centro cittadino che in parte ricordavo. Ancora mi colpisce la basilica dai colori confetto: azzurra e rosa, assurda, tozza, con un campanile squadrato che non le offre nessuno slancio.
Poi dal lunedì mattina ripetutamente, rifaccio il percorso, ci sono arrivata a piedi, più di mezzora buona di cammino sotto un sole inclemente, ci sono arrivata col moto taxi che dopo le prime titubanze mi sono abituata a prendere, pur con qualche perplessità residua. I motociclisti sono numerosissimi qui, rare le auto, e tutti sfrecciano a velocità spedita, schivando all’ultimo momento un ostacolo o un pedone, girando e svoltando senza particolari precauzioni, sfiorandosi a volte gli uni con gli altri. Salendo mi limito a dire “doucement” e spero nella buona sorte, nei punti in cui me la vedo davvero brutta chiudo semplicemente gli occhi, tecnica assolutamente stupida che non mi preserva da nulla, se non dal mitigare lievemente la mia stessa paura.
Entro e un impiegato desolato mi ripete il noto ritornello: il n’y a pas de connection”, credo di fulminarlo con lo sguardo, non voglio essere scortese, ma con la stessa desolazione gli chiedo come sia possibile, se esistono problemi, quando si prevede uno sblocco della situazione, allarga le braccia in segno di impotenza, mi suggerisce di andare a Cotonou, mi sorride, incapace di trovare altre risposte.
Torno alla Maison e racconto, tutto sembra che sia nell’ordine delle cose, non so se avvertono fino in fondo il mio disappunto, finché Sonja mi dice che si può tentare con la farmacia, telefona per informarsi e poi mi riferisce che mi accompagnerà lei stessa l’indomani per fare l’operazione. Ma quando ci presentiamo puntuali all’ora pattuita; non hanno tutta la liquidità necessaria e mi rilasciano una specie di ricevuta con la quale devo ritornare il giorno successivo per trovare finalmente tutto l’importo dei tanto sospirati franchi.

 

La messa cattolica è piena di colori e di gioia, la musica molto ritmata invita alla danza, le mani che battono il tempo, immagini di vecchi film persi nella memoria, a metà strada tra Africa e America, le melodie che ricordano quelle di lavoro nelle piantagioni, ma private delle loro note più amare.
Io, naturalmente l’unica bianca nella chiesa, mi si guarda con curiosità in mezzo ai bambini della Maison, mescolata a loro quasi con naturalezza, il mio abito africano chissà se basta a vincere il naturale stupore e forse una certa diffidenza. Soprattutto sono i bambini a fissarmi molto insistentemente, meravigliati che bambini assolutamente identici a loro mi circondino, mi stiano così vicini, mi parlino, mi prendano le mani, si appoggino a me, addirittura mi vogliano venire in braccio. Dopo svariate analisi qualche sorriso si fa strada anche nei loro visi meravigliati.
Anita
Stento a riconoscere la bambina di sempre quando compitissima e devo riconoscere graziosissima mi fa, su suggerimento di qualche adulto, una specie di anacronistico inchino – riverenza con le braccia conserte, la testa un po’ piegata di lato, le ginocchia lievemente piegate, un sorriso di circostanza.
La preferisco quando, fuori da ogni cerimonia, mi invita con la manina ad andare a “rubare” uno dei miei biscotti di cui ha scoperto la collocazione; “viens”, mi ripete più volte con occhi ammiccanti e un sorriso d’intesa, la mano piegata su se stessa, “viens, viens”, insiste ancora per convincermi a seguirla.
E quando, divertentissima e un po’ dissacratoria, terminata la preghiera che precede ogni pasto, per cui lei muove solamente le labbra, al momento del segno della croce, in modo molto buffo fa scorrere due volte il suo braccio destro diagonalmente sul suo busto e subito incomincia a mangiare senza troppe meditazioni.
Oppure quando, per niente compita, si butta sul divano al mio fianco, gambe e braccia protese verso il soffitto e si concede a risate forsennate, desiderosa soltanto di giocare e di divertirsi.
O, quando, fantasiosa, prende un sacchetto in cui sono un paio di miei sandali come fosse una borsa e finge di uscire dal cancello salutando tutti, “au revoir” , si gira osservandoci e poi ritorna estraendo dalla “borsa” i “gateaux” che faccio finta di mangiare e di gradire moltissimo.
O, ancora quando, sfinita, cerca il mio corpo per cedere finalmente al sonno; prende le mie mani, le tiene tra le sue, poi si mette il mio braccio intorno alle sue spalle e lì se lo sistema tenendolo premuto in un abbraccio, appoggia la testa sul mio seno e chiude gli occhi tranquilla addormentandosi.
Mi riporta a tempi lontani tenerissimi quando un’altra bambina si accoccolava su di me nello stesso identico modo.
Anita, inconsueto questo nome spagnolo in Africa, due anni.
Quando le viene improvvisamente un febbrone violentissimo non si lamenta, si sdraia e si copre con uno scialle, vuole fare tutto da sola, attenta che le salga fino al collo e le raggiunga e comprenda i piedi, più volte alza la testa per accertarsi di essere ben coperta e sta lì guardando con occhi lucidi socchiusi, sta lì ad aspettare paziente.
Ha ereditato la pazienza del suo popolo, la pazienza che già ha dovuto sperimentare nel suo minimo passato, quella che le sarà utile nel suo non facile futuro.
Le scappa la pipì e le dico che le vado a prendere il vasino, so bene che non le è permesso, che lei trasgredirebbe ad una delle regole e infatti mi fa cenno di no con la testa, si alza sul suo corpicino bollente, si infila le sue ciabattine infradito blu e rosa e coi suoi piedini rapidissimi percorre tutto il cortile per raggiungere la consueta posizione.
Poi ritorna, si risdraia, si ricopre, sospira, mi guarda prima di richiudere gli occhi. Sto lì con lei, preoccupata per la sua salute, le metto un mio fazzolettino bagnato sulla fronte. Fazzoletto che non abbandonerà più, neanche dopo la guarigione, sempre con lei; lo laviamo insieme un giorno e, asciutto, glielo consegno e lei lo ripone tra le sue cose, in mezzo alle sue magliette e calzoncini, lo ritrovo quando salgo per darle l’ultimo bacio la notte della mia partenza, eccolo stretto tra le sue mani insieme con un giochino che avevo regalato a ciascuno di loro il giorno prima. Lei è ormai addormentata.
Anita, due anni, bambina bellissima, mi ricorda l’immagine più nota di Nefertiti , e senza dubbio intelligentissima. Sola al mondo.

 

Ma come Anita tante e tanti altri.
Fernande, tre anni, vivacissima e molto irrequieta, si contende spesso con Anita, sono le due piccoline della Maison, il posto sulle mie ginocchia per non stare poi ferma un minuto. Arguta, uno sguardo malandrino e ironico, sempre in cerca di attenzioni; nei momenti in cui non gliene presti abbastanza, ti richiama all’ordine con un “regardes-moi” e non puoi sfuggirle. Spericolata, si appende in punti impensabili, finge di cadere perché tu vada in suo soccorso, si mette poi a ridere chiassosamente molto divertita.

Ida, tristissima e solitaria bambina, quando riesco a farla sorridere, è una grande vittoria. Le sue gioie più grandi leggermi i dialoghi del suo libro scolastico che lei segue compunta parola per parola con il suo indice minuscolo e ripetermi l’alfabeto francese; un sabato pomeriggio le insegno i numeri inglesi da uno a dieci e la canzoncina dell’alfabeto inglese, impara tutto istantaneamente, ripete, ripete e canta canta all’infinito finalmente contenta. Quando ha capito che di me ci si può fidare, mi mostra una ferita nella pianta del piede; gliela lavo bene, gliela disinfetto, le metto un cerotto candido che lei continua ad osservare e a controllare temendo di perderlo, lo mostra a tutti compiaciuta e gira nel cortile, sulle scale, nelle camere con aria molto soddisfatta. Da quel giorno ogni giorno ritorna a farsi “visitare” finché una volta stabiliamo insieme che la guarigione è certa.
E da quel giorno tutti in processione a venirmi a mostrare graffi, piccole abrasioni, spelature varie, tutti a farmi ispezionare braccia, ginocchia, gambe, visi, ad indicarmi i punti, a volte impercettibili, postumi spesso inesistenti di vecchie cadute, tutti molto delusi quando minimizzo la portata delle loro ferite.
Dine che mi rincorre sempre per essere fotografato, spesso con i miei occhiali da sole che appoggia, enormi, sul suo bellissimo viso. Oppure si avvicina, anche troppo, all’obiettivo con le dita in primo piano in segno di vittoria. Poi vuole subito vedere i risultati e ogni volta che appare la sua immagine ed appare spessissimo, a voce alta commenta “c’est-moi!” con un entusiasmo tale da contagiare tutti.

Badran, tenero Badran, con grandi occhi vellutati sempre un po’ pensierosi, in più occasioni arriva improvvisamente per essere coccolato, poi dice di essere “grand” e si alza e se ne va a scrivere sulla sua lavagnetta. Ogni volta che lo vado a prendere alla scuola materna, mi corre incontro felice. Fino alla fine io per lui sarò Angéla.
Samuel mi chiama spesso per controllargli i compiti, timido, ama però scherzare e prendersi un po’ gioco delle situazioni, finge di non capire, si fa ripetere le cose, poi scrive tranquillo quello che sapeva benissimo fin dall’inizio. E’ fratello di Pierrette e Marcellin.

Romuald, molto simile a lui nelle caratteristiche fisiche, tanto quasi da confonderli: stessa altezza stessa corporatura, credo stessa età, circa dieci anni, i più grandi tra i ragazzini, osserva taciturno i movimenti di tutti, disponibile, aiuta quando si deve trasportare qualcosa di più pesante, con Samuel si divide il compito di tirare su l’acqua del pozzo con il secchio..

Marcellin è dolcissimo, un sorriso molto largo che illumina il suo bel viso triangolare, mi chiama e si nasconde, facendomi capolino da dietro le porte, le poltrone, le colonne del porticato, ripete spesso le mie parole come un’eco immediata e poi cammina svelto svelto tra la sua camera e l’esterno, sempre con un’aria un po’ assorta.

Pierrette è sua sorella, stesso viso, stesso sorriso, stessa dolcezza. Spesso indaffarata con le sue coetanee, Christiane, la ricordo con un vestino rosa shocking, Jeannette con un abitino a balze bianco candido e la più grandina Estelle, con un’aria più seria e matura, tutte impegnate sia con compiti, o sulla terrazza dell’ultimo piano a ripiegare i loro abiti, sia prese da altri aiuti domestici quando è assente l’impegno scolastico, ma la sera, prima del sonno, in camera a chiacchierare fitto tutte insieme, a scambiarsi sorrisi d’intesa e bigliettini minuscoli che subito nascondono, immerse in conversazioni un po’ misteriose come tutte le ragazzine del mondo.
Pierrette Christiane
Jeannette Estelle
Rose con grandi labbra rosa, si muove silenziosa in cucina, vuole aiutare, apparecchia, sistema, lava qualche stoviglia, prepara la pasta asciutta che qualcuno le ha insegnato a cuocere a puntino, aggiungendo al momento della scolatura un po’ di acqua fredda, e a buttarla poi in un tegamino sul fuoco in cui è pronta la sauce” con cui viene condita. Buonissima, degna di un buon ristorante italiano. Rose al centro con Eugénie la grande

Eugénie la grande, alta, struttura imponente, si stenta a credere ai suoi dodici anni, collabora parecchio nelle faccende domestiche, spesso in cortile alle prese con riso o mais da ripulire, con verdure da tagliuzzare, con pezzi di pesci da liberare delle loro parti non commestibili e poi da lavare. Con la coda dell’occhio osserva tutto e dà un’occhiata ai più piccoli, che non si facciano male.
con Estelle

Eugénie la petite, sempre grandi sorrisi e grande laboriosità. Spazza il cortile col famoso scopino raccogliendo foglie e polvere con solerte minuzia. Poi spesso si sdraia nel porticato e, quando la sera io occupo la mia posizione abituale, in cerca di un po’ di fresco, seduta sull’ultimo gradino e appoggiata ad una delle colonne, mi si mette accanto timidamente. Sorella di Ida, è affetta da una menomazione a gambe e braccia e prossima ad un intervento, si spera risolutore, nel grande ospedale Fatebenefratelli di Padre Fiorenzo, struttura sanitaria di avanguardia,soprattutto per un paese come il Benin.

Charles, occhi intensi e profondi in un viso dai lineamenti marcati, compitissimo in certi momenti, si scatena in altri in una vivacità senza confini. Quando si ammala di malaria, vaga mogio nella casa coi suoi grandi occhi luccicanti per la febbre, sembra non trovare spazi che lo accolgano e lo facciano stare meglio, spesso si corica sul divano per stare più vicino agli altri e seguire i loro giochi, non potendovi partecipare.

Rachida e Talatou sono già al Liceo. Con Rachida ripassiamo più di una volta la letteratura francese, siamo ormai prossimi ai risultati del primo trimestre; leggiamo insieme, le schematizzo le cose essenziali e lei ripete; con Talatou facciamo esercizi di analisi logica e scriviamo brevi componimenti in inglese. In uno dobbiamo scrivere una lettera in cui dissuadiamo i giovani ad avere molti partners sessuali. Mi stupisco del tema e lei mi spiega che è una specie di campagna contro il SIDA , la sigla lì usata per l’AIDS.
Però, sono evoluti in Benin!, penso. Tutto questo avviene nella grande terrazza dell’ultimo piano (“en haut”, per distinguere ciò che è giù, cioè “au bas”) la sera, dopo le nove e mezza, quando i piccoli sono tutti a dormire.

Talatou, con gonna rosa di profilo Rachida, la prima a sinistra in prima fila.

Ed infine Rachida e Bintou, suppongo sui diciotto anni, che, terminati gli studi, sono apprendiste presso una delle tante sartorie della città e che quindi per forza di cose hanno orari diversi, ma che comunque nei momenti liberi aiutano come tutti gli altri nelle attività della Maison.

Bintou con Eugénie la grande Rachida, dietro Marisa
Oggi giornata di ufficialità.
Razack, padre di Dine, molto gentilmente mi chiede di accompagnarlo ad una riunione della Scuola Materna. Lì mi conoscono ormai, tutti i giorni accompagno e vado a prendere i “nostri” tre bambini che la frequentano: Badran, Dine, Fernande. Ci fanno accomodare in un’aula dove già ci sono alcuni genitori, dopo poco ci viene letto l’ordine del giorno: qualche precisazione sull’orario delle lezioni, soprattutto pomeridiane e l’organizzazione della festa pre-natalizia prevista nella scuola. La Direttrice inizia la trattazione dei punti e si esprime nel dialetto locale, il fon; all’inizio la cosa mi stupisce, poi riflettendo, penso che la ragione possa essere nel fatto che sono tutto sommato pochi i genitori a conoscere il francese. Cerco di seguire le espressioni del suo viso , le intonazioni della voce, i gesti, le pause, le tonalità, le reazioni in chi ascolta, capto qua e là qualche parola che si avvicina al francese; vagamente intuisco ciò di cui si sta parlando. Un collaboratore scolastico interviene e mi fa un piccolo riassunto in francese, le mie interpretazioni non erano del tutto inesatte.
Mi guardo intorno, parecchie le donne, qualche uomo; non è poi tanto diverso dalle nostre riunioni scolastiche; entrano in ritardo mamme coi loro bambini piccoli, portati dietro la schiena nel loro tipico modo, quando si siedono, spostano il bambino e lo fanno scivolare in avanti. Spesso lo attaccano anche al seno. Giovani donne delle cui esistenze riesco a immaginare molto poco, chissà chi di loro lavora, chi si carica in testa quei grandi contenitori con frutta, o formaggio, o altri prodotti per andarlo a vendere nei mercati o nelle vie, certo è che parecchie di loro arrivano a prendere i loro figli guidando lo scooter.
La riunione ha termine, ci si alza, ci si saluta, qualcuno viene a stringermi la mano. Razack

Nel pomeriggio andiamo Razack, Brice e io nel Municipio di Ouidah per un’altra convocazione, questa volta riguardante le associazioni che si occupano di infanzia. Una piacevole aria condizionata ci ristora del gran caldo.
Si tratta praticamente di un controllo della documentazione in possesso della Maison; Brice illustra tutto, esibisce tutte le carte; precisa che l’organizzazione onlus a cui si fa capo risiede in Italia e numerosi sono gli italiani che arrivano qui a dare una mano, mi presenta e io non posso che confermare di essere una volontaria italiana, al momento qui in aiuto ai bambini e alla struttura. Con noi altre persone, tra cui un israeliano, perlopiù facenti parte di orfanotrofi. Per fortuna qui la lingua utilizzata è solo il francese.
Brice
Oggi una visita per me, qualcuno viene a dirmi che c’è un signore alla porta che è venuto a trovarmi.
Esco subito e vedo Ayéna, così gentile da affrontare un viaggio certamente non comodo e confortevole.
E’ quasi ora di pranzo, lo invito a salire per mangiare qualcosa con me; sul tavolo è pronta la pâte rouge, una polentina di mais col pomodoro, qualche pezzo di formaggio fritto e l’ananas, aggiungo un piatto e ci dividiamo tutto.
Ayéna, per prima cosa, mi chiede notizie del gruppo di Bergamo di cui lui è il referente locale e poi mi parla della sua terra, del Togo, a parer suo, la più povera delle terre circostanti, forse addirittura la più povera del mondo.
Mi parla del raccolto del riso che andrà totalmente in fumo per la scarsità delle piogge, unica speranza per quelle famiglie che non possiedono altro, che avevano investito tutto su quello e non hanno altra risorsa; “c’est la misère”, mi dice e me lo ripete più volte, fissandomi a lungo, come per farmi capire bene e fino in fondo il significato di questo concetto e io in effetti che annuisco seria e partecipe, ho una vaga idea di che cosa possa realmente e praticamente comportare questa misère.
Mi spiega anche che le piantine seccate forse potevano essere tagliate in tempo utile nella speranza di una loro ripresa e ricrescita in un secondo momento. E’ lui stesso a dirmi che mancano le più rudimentali conoscenze, manca la formazione, mancano le basi per poter procedere in qualsiasi direzione. Non posso che essere d’accordo. Manca come al solito anche l’iniziativa, la tenacia, lo spirito di intraprendere qualsiasi cosa.
I bambini non resistono a lungo, li sento sulle scale che bisbigliano, che passano e ripassano, immagino la loro curiosità nei confronti di quest’uomo, straniero, venuto a trovarmi, che io ho definito “ami”. Qualcuno, più impaziente di altri, si sporge dalla porta, manco a dirlo sono i piccolini, ci avrei scommesso: Badran e Dine che, indecisi, non sanno se entrare o meno, Fernande e Anita, più timorose, restano indietro. Li faccio entrare tutti e quattro e li presento ad Ayéna che sta per accomiatarsi, deve tornare prima di una certa ora, anzi, vorrebbe che andassi con lui a Lomé per rientrare il giorno dopo, gli spiego le difficoltà e lo accompagno verso l’uscita. Naturalmente col codazzo dei bambini al seguito. Sulla porta vuole farsi fotografare con me da una Sonja, se possibile ancora più curiosa dei bambini.

Le due donne che si occupano della Maison, oltre ai due uomini Razack e Brice, sono Sonja e Zinath.
Sonja fa generalmente la spesa, cucina molto bene, soprattutto quando ci sono ospiti, entrambe fanno il bucato e le pulizie. Le piace ripetere “mamma mia!” in presenza degli italiani e “è pronto”, con una cadenza un po’ nasale, alla francese, quando i suoi deliziosi piatti sono già sul tavolo. Ha una voce bellissima, in contrasto col suo fisico matronale, sottile e delicatissima che usa soprattutto per canzoni religiose, lei fervente cattolica fa parte del coro cittadino che si esibisce spesso nella Basilica della città. E’ sorella di Brice e madre di Charles.
Nell’ultimo mio giorno, dopo aver lasciato l’impronta delle mie mani sul muro, le ha volute sulla sua maglietta gialla; si è anche alzata alle due e mezza di notte per salutarmi e augurarmi buon viaggio.

Zinath è maman per tutti, piccoli e grandi. Al mattino si alza molto presto per scaldare l’acqua per fare il primo bagno ai bambini, alle due del pomeriggio ripete il lavaggio nel cortile prima della ripresa delle lezioni pomeridiane, qualche volta anche tra le cinque e le sei di sera, prima che il sole tramonti. Parla pochissimo in francese, ma ci capiamo in qualche modo; è sorridente, generosa, molto cordiale. Le voglio insegnare a scrivere, le elenco le lettere dell’alfabeto francese abbinandole a suoni di parole a lei note, dopo giorni e giorni qualche piccolo successo: “en haut”,nella “sua” terrazza assolata, la trovo spesso con matita e quaderno che copia le mie parole e ne tenta qualche altra. Ha trentacinque anni, otto figli, tra cui Badran, vedova, di religione mussulmana. Famose le sue “preghiere”, “elle est à prier” – mi dicono Anita e Fernande, spesso correggendosi con un sussurrato, quasi segreto “elle est à dormir” , versione spesso più plausibile. L’ho chiamata più volte da quando sono tornata in Italia per risentire lei e i bambini.

I miei ultimi cinque, sei giorni sono caratterizzati dal ritorno di Marisa e dalla venuta dall’Italia di Piera e di Giovanni. Riprendo a mangiare con loro nella sala da pranzo, nelle mie lunghe settimane in cui ero sola, mangiavo con i bambini, nel cortile. Ricominciano le chiacchierate, lo scambio di impressioni, qualche commento en passant sulla povera Italia; tanti, tanti racconti di Marisa sulla sua esperienza di viaggiatrice solitaria.
Ma come spesso succede in Africa, sono le cose non dette che lasciano il segno, quello che ti succede e non riesci ad esprimere perché troppo intimo, difficile, duro; è quella l’Africa che ti entra dentro e si impossessa di qualcosa; lo capisco, lo vedo nei suoi occhi, lo sento nelle sue espressioni, la percepisco diversa e non so dire esattamente come e dove. E’ come se questo viaggio l’avesse segnata profondamente, come il mio di due anni fa, non sai più quale sia il tuo mondo e quale sia in fondo il mondo reale. Io dico che è questo e l’altro, in cui tutti corrono smaniosi e si arrabattano, da qui mi appare come un gran palcoscenico con una commedia ben recitata.
Noi due riprendiamo le nostre peregrinazioni nella città, a Piera non piace camminare, di ritorno dal mercato dove devo assolutamente trovare il burro di karité perché ormai senza burro di karité non si può più stare e ho una schiera di fedelissimi che lo stanno aspettando, facciamo percorsi nuovi, strade alternative, scopriamo un quartiere con ville enormi, piscine, grandi giardini, ci chiediamo chi possa vivere lì, torniamo colanti alla Maison, bisognose dell’ennesima doccia.
Giovanni e Piera portano vivacità alla Maison. Prima di tutto, un mattino, finalmente! portiamo i bambini alla spiaggia, poi, Giovanni ha progetti a non finire su come farli divertire; tanti i giochi che propone e tanti ne crea, dall’Italia arriva con degli acquerelli che vorrebbe far utilizzare a tutti, ma si può immaginare con quanta enfasi vengano accolti; bisogna stare ai primi danni prima che tutto sia impiastricciato da colori, acqua, pennellate. Meglio procedere con piccoli gruppi. D’altronde Giovanni è molto eclettico, non gli mancano le idee. Vuole costruire delle racchette e gli occorre un falegname, poi vorrebbe fare tante altre cose in quei pochi giorni, quando io parto nella notte tra sabato e domenica ha ancora due giorni per mettere a punto tutto.
Piera arriva con dei fondi raccolti in Italia che spende acquistando riso, mais, frutta, farmaci, destinati in parte alla Maison, ma soprattutto all’orfanotrofio di Lokossa da cui tanti dei bambini provengono, orfanotrofio che visitiamo insieme un giorno, con Giovanni e Brice e da cui torniamo con un acuto senso di tristezza e di impotenza, in confronto la Maison ci pare una residenza assolutamente privilegiata.
Abile cuoca, Piera promette pizza per tutti e io la aiuto volentieri nel lavoro. Compriamo barattoli di salsa di pomodoro, cipolle, lievito e ci mettiamo all’opera, lei nelle operazioni più impegnative, io in quelle più modeste. Annunciamo a Sonja e a Zinath che scenderemo verso le cinque, cinque e mezza con la pizza già tagliata: eccoci pronte all’appuntamento: pizza graditissima, solo Piera, severa con se stessa, non è del tutto soddisfatta, ma si deve ricredere, è mangiata da tutti con golosità, occasione di gioia collettiva e di buonumore, con l’aggiunta, buffa e un po’ sconcertante, di trovare giù in cortile i piccoli tutti nudi, pronti per la loro doccia serale. Per carità, non ci formalizziamo!

Quando cammino su queste strade polverose ed assolate, calpestando gli odiosi sacchetti di plastica neri in mezzo a cumuli di immondizia, con sterpaglie ai lati e galline striminzite che beccano chissà cosa, senza speranza, le più brutte galline che io mai visto con pulcini dalle rade piume ispide e sporche, molto lontani dai nostri teneri pulcini che tutti abbiamo in mente, quando vedo i miei piedi affondare in questa terra rossa e le mie orme a fianco, dietro e davanti, mescolate a tante altre orme delle inconfondibili infradito, mi dico che il mondo non potrà mai cambiare.
Porterà con sé le sue innumerevoli contraddizioni, i suoi squilibri, i suoi problemi, le sue ingiustizie, i suoi quesiti insoluti, si radicalizzerà nelle sue infinite domande, si perderà nelle sue analisi e nei suoi numerosi contrasti.
Sollevo polvere sotto un sole cocente e passo accanto alle povere merci esposte, guardo gli enormi catini di alluminio che accolgono farine di ogni genere, cereali e qualche ortaggio, tutto coperto alla bell’e meglio, parecchi i barattoli di dolciumi poco invitanti, i “bonbons” tanti cari ai bambini della Maison, le uova; numerosi, invece, i tanti vasi e vasetti di creme, spesso sbiancanti, i flaconi di bagni schiuma e di shampoo tutti allineati, e che dire dei pneumatici di motociclette incredibilmente appesi come fossero oggetti preziosi, tutti in fila legati l’uno all’altro e avvolti in carte dorate o argentate; guardo le diffusissime rudimentali insegne di acconciature femminili e le svariate sartorie con i loro tessuti variopinti in mostra, in contrasto con i rari negozi di confezioni già pronte che seguono la moda occidentale, coi loro manichini bianchi, sempre e soltanto paradossalmente bianchi, sorrido di fronte alle cabines téléphoniques assurde, ridicole, gabbiottini in legno con scritte anche religiose che offrono ricariche telefoniche vantaggiosissime, e poi, ecco immancabili, i moto taxi fermi ai lati delle strade o agli incroci, sempre pronti a caricarti per una manciata di franchi.
Quelli che sostano vicini a noi ormai mi vedono passare più volte al giorno, il loro angolo tappa obbligata per raggiungere la scuola materna, ci si saluta e ci si sorride, soprattutto quando mi fermo, attenta, prima di attraversare con i bambini a grappolo intorno, Fernande che si fa tirare, Dine e Badran spesso con fiori che colgono lungo la strada, o ogni quant’altro che raccattano da terra, qualche volta anche Anita che, in prossimità dell’ora x, si prepara e si fa trovare pronta nel cortile, pipì fatta e ciabattine infilate.
Il solito sentiero in cui pestiamo e calpestiamo ogni genere di cose, ho poco da dire di fare attenzione, di guardare bene dove mettere i piedi, hanno ragione a non ascoltarmi, qui, in questo tratto tutto è così, non fa differenza, la spazzatura aumenta e si accatasta fino ad essere ogni tanto bruciata.
Ogni giorno, più volte al giorno incrociamo gli stessi visi, gli stessi sguardi, bambini piccoli seduti per terra che giocherellano davanti alle loro case, sentiamo gli stessi suoni, rivediamo gli stessi gesti, pestano cereali, mescolano farine, le fanno cuocere sui loro fuochi all’aperto; ritroviamo il ragazzo del mulino, dodici anni, bianco da capo a piedi, esce ogni tanto sulla porta per respirare un’aria migliore dalla solita impregnata di polvere che si forma nel suo bugigattolo. “C’est le moulin” – mi dicono a turno i bambini e io “vite, vite” perché transitino e non sostino troppo a lungo in quel polverone che fa mancare il fiato.
Ma non è l’unica strada che faccio, la percorro in lungo e in largo la città; ormai ne conosco ogni angolo.
Donne che ti sorridono o ti guardano serie nel loro portamento elegante e regale, molte ormai con parrucche di capelli artificiali liscissimi, lunghi e lucenti, come mai loro potrebbero avere, ostentatamente portate ed esibite, spesso anche adornate da qualche mèche chiara, tutto stonatissimo sui loro visi scuri solitamente così belli e alteri. Finiti i tempi in cui Angela Davies manifestava nelle città americane con la sua chioma riccia e crespa e rivendicava con orgoglio la sua appartenenza, gridando e sostenendo il suo storico “black is beautiful”.
Guardo e passo, cammino e cammino senza sosta nelle strade polverose e in quelle rarissime pavimentate, annuso gli odori insistenti e penetranti, mi immergo in questo mondo oscuro che in continuazione sfugge, ti accoglie e ti respinge ad intermittenza.
I bambini con il loro “yovo”, epiteto rivolto ai bianchi, a metà strada tra la provocazione e lo scherzo, si avvicinano coi loro “bonsoir” a qualsiasi ora del giorno, mi spiegano che è una questione di rispetto usarlo anche al mattino, e vorrebbero toccarti o stringerti la mano e ti sorridono con un’aria gioiosa e talvolta un po’ sfrontata, loro gli Africani del futuro, con le loro tristi divise scolastiche di un beige spento, un non colore indistinto, scialbo scialbo, così lontano dai colori sgargianti e vivaci dei loro abiti tradizionali. Loro i futuri uomini e donne di questo mondo apparentemente immobile.
“How many roads must a man walk down before you can call him a man” – le parole di Bob Dylan mi accompagnano nei miei passi spediti. Quante saranno ancora le strade da percorrere, se non sono finora bastate quelle degli schiavi incatenati durante il loro tragico cammino, quante le polveri da inghiottire, quanto il fumo da respirare che ti solletica la gola e ti ferisce gli occhi, quante le farine da rimestare in quegli enormi recipienti che il fuoco non riesce ad annerire o quelle da pestare coi movimenti eterni che le donne continuano a fare? Quanti bucati ancora dovranno essere fatti, fregando e sfregando tra le mani fino a farle insanguinare indumenti ormai lisi, quanti scopini dovranno ancora essere consumati, per spazzare tutti i cortili e per raccogliere tutte le foglie, per pulire e ripulire ciò che forse non sarà mai pulito?
No, non cambierà più questo mondo, mi ripeto, raggiungendo per l’ultima volta i due simboli di Ouidah che non voglio perdere: L’Arbre de l’Oubli in una piazza non lontana dal Forte Portoghese, oggi bel Museo Storico, qui i neri scelti per il lungo terribile viaggio, dopo gli addii, compivano il rituale giro intorno ad un albero, nove volte gli uomini e sette le donne, per dimenticare la propria famiglia, la propria storia, la propria patria e poi, marchiati a fuoco e incatenati percorrevano la lunga strada, ora Route des Esclaves, fino alla spiaggia, dove oggi sorge la Porte du Non Retour, fatta costruire dall’Unesco in memoria di tutto questo, porta che si staglia enorme contro un cielo immoto e davanti ad un mare mai tranquillo.
Qui aveva inizio quel commercio infame, da qui partivano le navi negriere per il Nuovo Mondo, verso quel destino che ben sappiamo.
Guardo ancora tutto per l’ultima volta, per l’ultima volta fotografo, per l’ultima volta ricalpesto la fine sabbia dorata ricca di conchiglie, mi siedo su un vecchio tronco di fronte a ciò che non ha confini.
Questa volta l’Africa lascerà un segno ancora più profondo, lo sento, incancellabile, quest’Africa che ti divora e ti lascia inerme, senza respiro, ma che nello stesso tempo in qualche modo ti rigenera, quest’Africa stanca e rassegnata che arriva a scavarti l’animo e che sembra spogliarti e toglierti tutto per poi restituirtelo con più vigore, l’Africa soprattutto dei bambini conosciuti, presi, accarezzati, baciati, ascoltati nelle loro parole spesso incomprensibili, coi loro visi seri, sorridenti, tristi, scherzosi, buffi, è questa l’Africa che non se ne andrà, che non se ne vorrà andare, che tornerà con prepotenza ed insistenza nei pensieri e nei ricordi.

La mia Africa, il mio Benin, la mia Maison de la Joie a Ouidahultima modifica: 2014-01-14T18:33:23+00:00da ouidah1
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