La vedova ripudiata

Benin 2011 (78).jpgPubblichiamo oggi il bellissimo racconto della nostra volontaria, nonchè scrittrice Erika Rigamonti, a proposito il suo ultimo romanzo “Binario 7″ ed. Moby Dick, sta andando fortissimo. Questo racconto è appena stato inserito nell’ultimo numero della rivista ” Frontiere”. Erika è stata l’unica bianca presente al funerale di Christian ( il responsabile della Maison de la Joie), morto poco più di tre mesi fa. Le emozioni, l’angoscia  che ha vissuto, si sono trasformato in un racconto di speranza per la donna africana, per tutte le donne che ancora aspettano di vedere rispettati  i loro diritti elementari. In questi giorni in cui vengono  celebrate le giornate della violenza contro le donne e quella contro la schiavitu’, noi ci onoriamo di essere al fianco di donne come Justine.

LA VEDOVA RIPUDIATA

Il marito morì e lei divenne immobile mentre le donne che aveva aiutato a fuggire, a partorire, a vivere le si buttavano ai piedi nella penombra della casa, già satura di odori di cucina, di piatti sporchi e di corpi sudati.
La tradizione la obbligava all’immobilità, senza nemmeno un gesto che potesse ricondurla alla vita e alla casa. Immobile mentre una processione senza fine entrava nel salotto, pregava e la circondava di parole.
Justine, la donna che aveva creato la Maison, che si era opposta con forza a leggi brutali, che aveva combattuto tradizioni inique, mutilazioni infantili, violenze domestiche, ora, doveva sottostare alla tradizione, doveva sottomettersi al rito. Annullarsi.
Il mondo della Maison era in fermento. Le donne presero i loro paigne, iniziarono a ruotare su se stesse e poi, una dopo l’altra, l’avvolsero girandole tutte intorno.
Non capivo. Ero la sola donna che entrava e usciva e, turisti a parte, ero la sola donna bianca in quella casa a lutto. Non potevo più parlarle. I fratelli del marito si presentarono nelle loro divise militari, autoritari e arroganti, decisi a diventare i nuovi padroni. Ne ebbi paura e lei lo capì. Ancora oggi non so come se ne accorse; forse per i miei sguardi, forse per la mia rigidità, forse a causa delle mie visite quotidiane durante le quali la baciavo, restavo con lei per pochi minuti e poi fuggivo via. Mi ci vollero giorni per rendermi conto che, dietro all’immobilità fisica, lei aveva iniziato ad aiutarmi, mandandomi ambasciate, tramite le donne più fidate. Mi stava indicando la strada. Diede ordine alle donne di tornare al lavoro, di riaprire il ristorante e di confermare ai bambini ciò che loro già sapevano: Christian era morto. Tramite sua sorella convocò la sarta e mandò una donna a comprare la stoffa per cucire i loro abiti bianchi.
Mi disse solo una frase:
“Tutti i bambini, tranne i più piccoli, verranno al funerale.”
Al momento mi parve assurdo. Il funerale si sarebbe tenuto in una località a dieci ore di viaggio da Ouidah, più a nord, e spostare, nutrire, alloggiare per tre giorni donne e bambini ci sarebbe costato una fortuna, senza contare che avrebbe significato chiudere nuovamente il ristorante e lasciare soli i turisti. Ma a viaggio concluso, quando ritornammo a casa senza di lei, capii finalmente ciò che era accaduto.
Justine era tornata in terra nemica, tra gli stessi parenti del marito che, tanti anni prima, l’avevano cacciata, buttando in mezzo a una strada lei e i suoi tre figli piccoli. Tornava per entrare, dopo anni, nella casa della suocera, di colei che non le aveva mai più rivolto la parola e che ora, per giunta, l’accusava di averle ucciso il figlio.
Era in pericolo e lo sapeva.
Le aveva sottratto il figlio, sposandolo contro il suo volere, e la vecchia strega l’aveva sbattuta fuori come un’appestata, ripudiandola, poi, per sempre. Ma lei era rinata. Aveva costruito, insieme ai bianchi, una grande casa vicino al mare, aveva salvato bambine e aveva soccorso molte altre donne. Aveva sfidato tradizioni e leggi antiche, aveva rifiutato le imposizioni della famiglia, aveva portato con sé figli e nipoti. Ora, però, senza Christian, era solo una vedova e sarebbe stata obbligata a sottostare al volere della suocera. Doveva soccombere. Doveva piegarsi. Doveva tornare lassù.
Partì e con lei partimmo tutte. La carovana di cinque pullman, carica di stuoie, riso, latte, ignamme, biscotti e acqua si mise in marcia.
Le donne della Maison, che l’avevano avvolta con i loro paigne colorati, erano soldatesse decise a proteggere la loro madre adottiva. Erano partite con gli abiti della festa nelle borse, con i capelli ben acconciati, sorridendo ai bambini che mi avevano affidato perché loro, le donne, avrebbero avuto ora un compito ben più difficile: dimostrare la loro unità contro l’odio e la tradizione. Erano decise a salvare Justine e, con lei, la loro nuova vita, la dignità conquistata, il rispetto delle loro figlie che crescevano sane e che mai più sarebbero state schiave. Erano partite armate della loro solidarietà, della loro nuova identità, memori del dolore da cui erano scappate, memori della fame che le aveva annientate, dei tanti figli morti, dei troppi uomini violenti, per tornare là, da dove erano venute. Partii anch’io con loro, unica donna bianca, una Batulè, una Iovò, consapevole di essere parte di un piccolo esercito colorato e compatto. Justine, la vedova ripudiata, non era sola e a proteggerla non c’erano unicamente delle donne sfuggite al proprio personale inferno, ma l’occidente ricco, potente, invidiato che l’aveva aiutata nel suo folle progetto e di cui io ero, ai loro occhi, una legittima rappresentante.
A notte fonda, dopo dieci ore, arrivammo al villaggio della suocera, Justine era già là, seduta, immobile, accanto alla bara aperta.
Sistemai i bambini ed entrai nella stanza. L’odore acre e acido della morte mi investì, terrorizzandomi. Uscii in fretta e pensai ai miei morti, ai nostri rituali nei quali la carne non manifesta mai la propria inesorabile natura: il corpo muore e marcisce. Genera vermi.
Nelle chiese italiane, dove l’arte e la bellezza si uniscono al profumo degli incensi la morte diviene spirituale. Ma laggiù nel caldo soffocante dell’Africa occidentale si era levata la maschera e aveva imposto il suo odore nauseante di decomposizione, impregnando di sé gli abiti puliti della cerimonia.
Quella notte Justine restò con le sue figlie nella stanza accanto al marito. Tre giorni dopo, al termine della cerimonia, io e i bambini iniziammo il viaggio verso la nostra casa, verso il mare, verso la libertà.
Lei restò lassù: le vietarono di partire, le vietarono di camminare, le vietarono di parlare. Le permisero solo di essere ancora statua accanto alla tomba del marito.
Le donne rimasero con lei.
Quattro giorni dopo nella grande casa di Ouidah i bambini corsero fuori:
“E’ tornata, è tornata, Mama Justine è tornata…” E l’abbracciai, l’abbracciammo, tutti insieme.
Una bimba sgattaiolò in cucina e tornò con un piatto colmo di torta al cioccolato.
Mama Justine era viva, era tornata a casa. Potevamo di nuovo guardare avanti.

di: Erika Rigamonti

Benin 2011 (69).jpg

www.erikarigamonti.it

www.maisondelajoie.com

La vedova ripudiataultima modifica: 2011-12-01T20:06:00+00:00da ouidah1
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