GIOIA,PAURA,DOLORE E SPERANZA ALLA MAISON DE LA JOIE A OUIDAH

cronaca del volontario Marco, presente giù ad agosto

Questa è una storia di gioia, paura, dolore e speranza.

 

 

Il tutto inizia nel Gennaio di quest’anno quando io e Lorenza decidiamo di voler fare delle vacanze estive diverse dalle solite, vorremo renderci utili, aiutare persone meno fortunate di noi. Inizia così la ricerca, dopo molte pagine web visitate mi imbatto nella Maison de la Joie a Ouidah  una piccola struttura, in un piccolo paese dell’Africa occidentale il Benin, famoso per la tratta degli schiavi,  da qui fino alla fine del  1900 venivano venduti ed imbarcati schiavi per le Americhe, famoso anche per essere la patria del Vudù. La Maison de la Joie è una casa famiglia ospitante circa cinquanta persone tra bambini, ragazzini ed adulti, tolti dalla povertà assoluta, dal rischio di schiavismo, o bambini abbandonati dai genitori, la maison è gestita da una coppia di Beninesi del nord, Christian e Justine il papà e la mamma reali di cinque ragazzi e putativi di tutto il resto della casa famiglia, in Italia i responsabili sono Flavio, Simona ed Erica, con i quali all’inizio ci scambiamo molte mail, facciamo la conoscenza di persona, il progetto ci piace ed a Febbraio decidiamo, il nostro Agosto lo trascorreremo in Benin. I giorni che precederanno la partenza, saranno pieni d’ansia, pieni d’aspettative, qualche dubbio ci assale, saremmo all’altezza di una esperienza di questo tipo? Comunque arriva il giorno della partenza. Arriviamo in Benin, sono le prime ore della sera, ed un po’ la stanchezza del viaggio un po’ il caos dell’aereoporto di Cotonou, ci sembra di essere stati catapultati in una realtà lontana anni luce dalla nostra. Dopo non poche difficoltà riusciamo a recuperare i nostri bagagli e prendere la via dell’uscita dove incontriamo per la prima volta Christian, è bello nel caos trovare una persona con un cartello con il tuo nome, dopo i saluti di rito ci incamminiamo verso il furgone che ci porterà alla maison, la prima impressione di Christian è quella di un gigante buono, con un sorriso accattivante. L’aereoporto dista da Ouidah circa quaranta chilometri, bene per coprire questa distanza ci metteremo due ore, per strada troviamo tutto, migliaia di motorini, macchine, interruzioni e l’immancabile incidente, in Africa è una normalita, c’est l’Afrique… Eccoci alla maison, prime forti emozioni, i bambini ci abbracciano, si presentano, si offrono di portarci i nostri bagagli… ci accompagnano in una festosa processione fino alla nostra camera… Posati i bagagli usciamo, conosciamo Angela e Giancarlo una coppia di Bologna anche loro volontari, ci faranno un po’ da Ciceroni, facendoci vedere la casa ed accompagnandoci in sala da pranzo. Dopo mangiato crolliamo nella nostra camera, ci addormentiamo con i sorrisi dei bambini stampati nelle nostre menti. Il risveglio sarà quello domenicale… dopo la colazione inzierà la GIOIA, con i bambini andremo alla messa, in un corteo festante, sarà come rivivere la mia infanzia, quando non si vedeva l’ora arrivasse la domenica per andare in chiesa ma soprattutto non si vedeva l’ora arrivasse, l’andate in pace, per correre a comprarsi una gazzosa ed una stringa di liquirizia, qui non si corre per una gazzosa ma per una ciotolina di riso cotto nel cocco, o verso dei ghiaccioli contenuti all’interno di sacchetti di nylon, dove è molto più facile mangiare del nylon che succhiare il tamarindo o il limone, tutto questo riempie il cuore. Sarà una settimana indimenticabile, trascorsa lavorando alla costruzione di una tettoia con il capo Giancarlo, mentre Lorenza ed Angela ci allieteranno con biscotti e dolci,una autentica scuola di cucina, alterneremo lavoro e gioco, ci arrabbieremo perché non si troverà un martello, un bullone, una pinza ma rideremo facendo un gavettone, scherzando con i bambini. I giorni trascorreranno veloci e sarà bellissimo perdersi in mille mani al collo e dolcissimi sorrisi, verso la fine della settimana arriveranno anche gli altri componenti, il Professor, un uomo di sessantasette anni, il qual ha insegnato per un lungo periodo disegno in Africa, tra l’altro in una chiesa del nord si trova un suo pregevole mosaico, con lui viaggia un suo ex allievo, Luca ingegnere informatico, Paolo e Chiara coppia di architetti progettisti della tettoia… l’avevano progettata in ferro, è stata realizzata in legno, c’est l’Afrique… Palmira siciliana trapiantata a Cesena, laureanda in psicologia, Anna giovane vicentina laureata in lingue ( la nostra timida interprete). Questo sarà il gruppo che dividerà le prossime forti emozioni.                          Arriva la PAURA, è domenica, siamo tutti nella sala da pranzo, ormai abbiamo quasi finito, stiamo facendo chiacchiere, sentiamo un tonfo sordo seguito dopo pochi secondi da un pianto singhiozzato, Angela e Lorenza si precipitano a vedere cosa è successo, Racheda, una bambina di sei anni è caduta, sembra una normale caduta, poi qualche bambino, comincia a dire che la bimba sarebbe precipitata da un parapetto giù nella tromba delle scale, un volo di tre metri! A tutti sembra strano, la bimba non presenta ferite evidenti, ed il pianto si attenua. Sembra tutto rientrato ma mentre beviamo il caffè vengo chiamato al piano di sopra, la bimba zoppica in modo vistoso e singhiozza, la prendo in braccio le chiedo con il mio francese stentato dove abbia male, le mi risponde a gesti toccandosi le gambe le braccia la testa, mentre scendiamo le scale le chiedo da dove è caduta, lei mi gela mostrandomi il parapetto, se fosse caduta da li avrebbe fatto un volo di tre metri e sotto c’è un corrimano in cemento se per caso l’avesse centrato, non ci voglio pensare, scendo rapidamente le scale il mio cuore batte fortissimo, sento un buco nello stomaco, la bimba è scossa da singhiozzi e tremiti, arrivo al piano terra, la sdraio su un tappetino, cerco di esaminare le sue condizioni in modo alquanto empirico, sembra che gli arti siano apposto, è preoccupante un bozzo sulla fronte, poi con lo sguardo non sembra seguire in egual modo a sinistra, come a destra. Decidiamo con Christian e Andrea di portare la bambina al pronto soccorso, la maison dista pochi minuti di macchina dall’ospedale di Ouidah, arriviamo, ed il passaggio da un pronto soccorso africano è quanto di meglio si possa fare per poter apprezzare a pieno la nostra sanità, l’anamnesi, viene redatta su un cartoncino appena strappato da una confezione di sciroppo, poi l’esame della bimba, esattamente uguale a quello svolto da me, movimento degli arti, passeggiata avanti e indietro, la diagnosi? CADUTA… la cura??? Uno sciroppo non meglio identificato, più del paracetamolo, principio attivo della tachipirina… Mah!!! Chiedo a Christian se non è possibile fare dei raggi, una tac… No no il dottore ha detto che non è grave…Speriamo e che Dio ce la mandi buona, questo è il mio commento. Andiamo via verso la farmacia per ritirare le medicine, Racheda è sempre stretta stretta tra le mie braccia, molto mogia con il pianto mosso, ma davanti alla farmacia mentre in macchina aspettiamo che Christian ritorni dall’acquisto delle cure miracolose…avviene uno pseudo miracolo, Rasci alzando la testolina vede nella vetrina vicino alla farmacia dei pupazzetti di babbo Natale e se ne esce con un; “PAPA NOEL!!!” io che non mi ero accorto di questi babbetti, penso; eccoci siamo al delirio, la sua manina mi mostra il PAPA NOEL…, io rido… e vedendo passare una donna in carne spontaneamente me ne esco con un “ MAMA NOEL”, lei prendendo la mia barba, mi chiama PAPA NOEL, io guardo lei e la chiamo “MAMA NOEL”, passa un poliziotto e lei “ LA POLICE” io “LE GENDARME” le torna il sorriso si rianima, gioca, nasce un tormentone che ci porteremo dietro per tutta la nostra permanenza; “PAPA NOEL” – “MAMA NOEL”- “LA POLICE” – “LE GENDARME”, più avanti a questa filastrocca aggiungeremo “LE PROFESSOR”. Ritorniamo alla maison, possiamo tranquillizzare un po’ tutti, ma il ritrovato sorriso di Rasci è il miglior spot per trasmettere tranquillità. Comunque penso, speriamo bene e che dentro quel corpicino non ci sia niente di rotto…La sera arriva anche Erica, portando con se tutta la sua carica, il giorno seguente andremo con lei a fare acquisti preparandoci ad una serata in cui cucineremo noi…Ma le ore che seguiranno saranno quelle del DOLORE, saranno quelle che resteranno indelebili in ognuno di noi. Mentre siamo tutti indaffarati in cucina a preparare; chi dolci, chi il sugo per la pasta (il sottoscritto), arriva Simona tutta preoccupa con Racheda in braccio, sono le 19,30, mi dice è freddissima e trema tutta, le mette una felpa indosso, la teniamo in cucina, ambiente caldino, diamo la colpa a quelle medicine inutili, decidiamo di sospenderle e intanto gli diamo qualcosa da mangiare, tutto rientra nella normalità. La cena sarà squisita, rideremo con i racconti del professore, decidiamo, nel dopo cena si gioca alle carte e chi perde beve…ma mentre siamo presi dalle spiegazioni del gioco, mi accorgo che ci sono strani movimenti, come se fosse successo qualcosa, senza dire niente mi precipito per le scale, sono frazioni di secondo penso a Rasci, mi dico Dio no, Dio no, mentre attraverso la sala con la televisione, incrocio il suo sguardo è una frazione di secondo ma l’incrocio di sguardi è intensissimo e interminabile, ho un sospiro di sollievo, continuo la mia corsa, verso l’esterno arrivo in strada vedo gente vicino al furgone, nooo penso , qualcuno è finito investito dal furgone in manovra, in quel mentre sento l’urlo di Simona… “ Christian è morto”… il mio cuore che già batteva all’impazzata aumenta ancora, mi avvicino al furgone, vedo Christian tra le braccia di sua figlia Clemence, il suo corpo è scosso da forti convulsioni, Simona alla guida del furgone parte verso l’ospedale. Intanto anche gli altri ragazzi che erano rimasti in sala pranzo sono arrivati in strada, c’è sbigottimento, nell’ascoltare il mio racconto, mentre siamo li, Paolo l’architetto, sviene lo vedo con la coda degli occhi, questo ragazzone, crollare a terra come se qualcuno l’avesse disattivato gli avesse tolto la spina di alimentazione, Andrea lo soccorre, io cerco di tranquillizzarlo lo facciamo sedere, si riprende, forse non ha retto l’emotività degli eventi. Mentre siamo li con Paolo che parliamo cercando di dargli serenità, sento Palmira e Anna chiamare Shall… bambino iperattivo ed un po’ pestifero, quindi non do peso alla situazione, fino a quando Anna mi chiama, chiedendomi di andare a vedere il bimbo, secondo lei gira gli occhi in modo anomalo, lo prendo in braccio lo porto sulla stuoia con gli altri bambini, lo tengo li accarezzandolo cercando di tranquillizzarlo, non sembra niente di anomalo, comunque io e Andrea restiamo nel salone insieme agli altri bambini, mentre molti si addormentano, Shall resta vigile e molto agitato, arriva di ritorno dall’ospedale Erica, pare che Christian sia in coma diabetico…Siamo tutti profondamente scossi, decidiamo di andare a letto. Non riuscirò a chiudere occhio, avrò anche un forte attacco febbrile, forse dovuta ad un carico elevato di tensione, saranno tanti i pensieri che nella notte mi assaliranno, collegherò l’incidente del giorno prima di Racheda, il pensiero che la morte fosse tra noi già dalla domenica, non riuscendo quel giorno a riscuotere il suo tributo, collegherò il fatto che Racheda alle 19,30 fosse diventata fredda, come se avesse sentito l’arrivo della morte, lo svenimento di Paolo, gli occhi di Shall, la mia febbre in quella notte, Lorenza che sempre durante la notte comincia a tossire come se avesse una patata in gola, sue testuali parole, una sensazione di angoscia per tutta la notte, tutti questi eventi…come se la signora delle tenebre fosse stata con noi nella maison, ed in molti l’avessimo sentita, l’ammetto pregherò pensando che comunque siamo sempre nella patria del Vudù, ricordandomi le bamboline viste in spiaggia il giorno prima dai venditori di cocco, la febbre mi faceva sragionare? Non lo so, credo solo che tutti questi eventi messi in fila uno dietro l’altro fanno paura, fanno pensare, pensare che l’Africa è una notte buia, buia, con delle albe meravigliose (aggiungerà Palmira). Dopo poco il nostro risveglio arriverà la notizia che Christian ha lasciato il mondo dei vivi, per guardarci serenamente dall’aldilà, sarà un dolore grandissimo, un santo quotidiano il quale aveva dedicato la sua vita al prossimo ci ha lasciati. La nostra permanenza in Benin non sarà più la stessa,  credo anche le nostre vite non saranno più le stesse, segnate da consapevolezze diverse, da valori diversi, ognuno di noi che in quel ferragosto era alla Maison de la Joie è cambiato, cambiato in meglio, questo perché tutti noi porteremo nel cuore la memoria di Christian. Un uomo di soli 44 anni, il quale aveva dedicato la sua vita all’insegnamento, ma questo non gli precludeva l’impegno alla maison, tanto che nel periodo scolastico, lui insegnava a 400 km dalla maison, ogni 15 giorni rientrava e controllava che tutto fosse in ordine che i bambini svolgessero al meglio il loro iter scolastico, un uomo come il nostro amico Flavio l’ha definito, di onestà intellettuale e morale assoluta. Un uomo che voleva dare SPERANZA al suo popolo, alla sua gente, ora lui non c’è più, ma deve restare in noi questo grande insegnamento, ora in tutti noi deve essere viva la voglia e l’impegno di dare SPERANZA. La speranza che i bambini della maison possano continuare a sorridere e uscire da notti buie buie, la speranza che tutti i bambini della mondo possano sorridere possano vedere giorni pieni di sole…Queste speranze dovrebbero essere in ogni uomo, ed ogni uomo dovrebbe battersi per rendere la speranza realtà…Christian grazie

 www.maisondelajoie.com

la maison de la joie agosto 2011.jpg

 

 

GIOIA,PAURA,DOLORE E SPERANZA ALLA MAISON DE LA JOIE A OUIDAHultima modifica: 2011-09-13T22:06:00+00:00da ouidah1
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