La straniera

QUANDO  UN VIAGGIO DI TURISMO RESPONSABILE IN AFRICA CI COSTRINGE AD APRIRCI E AD USCIRE DALLE NOSTRE PAURE.  L’INCONTRO E’ VERO,  CI CAMBIA L’ESISTENZA COMPLETAMENTE,  E CI COSTRINGE A RINASCERE NUOVAMENTE.

Ecco un racconto di Erika, la nostra responsabile progetti della Maison; un vulcano sempre in ebollizione e che ci costringe assieme a Simona, a correre e a darci da fare per i bimbi della Maison de la Joie.L’Erika è anche una scrittrice di grande talento, come capirete da questo racconto, e nei  prossimi  mesi sarà nelle librerie di tutta Italia il suo nuovo romanzo, il cui ricavato sarà interamente devoluto per il sostentamento dei bimbi della Maison.Vi terremo sicuramente informati, per il momento leggete con cura e attenzione questo bel racconto, e fateci un pensiero a farvi un bel viaggio di turismo responsabile alla Maison de la Joie.

 

 

LA STRANIERA 

di Erika Rigamonti

 

 

L’Africa mi accolse come una madre dolorante in un’eterna

gestazione di anime e corpi. Vedevo la sofferenza di quel parto

senza tempo, per poi ritrovarmi cieca davanti allo splendore

della nascita e al sorriso della vita.

Ero straniera. Figlia di madri che del dolore avevano fatto un

nemico agguerrito. Figlia di un parto asettico che della nascita

non conosceva la genesi. Figlia di una madre, la mia, ricca e

pulita che mi aveva allattata con certezze divenute illusorie di

fronte a un ignoto che ora esplodeva, in me, di paure ancestrali

e desideri proibiti. Non potevo mutare ciò che per nascita era

stato deciso; io, straniera, ero prigioniera del terrore di ammalarmi

e contaminarmi.

Timorosa osservavo un mondo che obbediva ai ritmi antichi del

sole e della luna, in cui le albe erano annunciate dal canto del

gallo e le notti erano avvolte da tenebre silenziose.

Vedevo uomini estrarre mattoni dal rosso della terra e più in là

donne lavare vestiti stracciati nei fiumi resi marroni da quella

stessa terra. Vedevo i colori dei panni stesi al sole e le braccia

delle donne chine, sempre chine, cariche di figli sulla schiena,

gravide, sudate, sbattere quelle maledette stoffe sulle pietre e

sorridermi. Vedevo bambini scheletrici portare al pascolo capre

denutrite e trovare la forza di correre dietro al sogno ipnotico 

della mia auto.

Ero lì, a casa loro, tra uomini, donne e bambini fieri di una

dignità ignota all’occidente. Io, così bianca e ricca, con i miei 

punti cardinali alle spalle, proveniente da terre lontane, oltre 

il fiume, oltre l’Africa, oltre l’oceano, ricambiavo i loro saluti 

sorridenti, ma sapevo di appartenere a quel mondo che aveva 

gettato loro le sue briciole di benessere come un padrone obeso 

lancia, sprezzante, un osso al cane. Venivo, io, da quella parte 

di mondo che per secoli aveva comprato per pochi spiccioli le 

loro vite e le loro terre e che, con feroce arroganza, continuava 

a deturpare la loro bellezza in nome di una presunta superiorità. 

Mi fermai, mi accovacciai e piansi. Intorno a me la sconfinata 

pianura del Sahel, fili d’erba bruciata e alberi sparuti, nessuno a 

perdita d’occhio, solo il caldo soffocante di una terra brulla e la

 sterminata malinconia della mia solitudine. Immersa in un orizzonte

 rosso di fuoco e di sangue mi sentii invasa dalla dolcezza 

di una seduzione perduta, ricordai la purezza di una verginità

 di cui non avevo più memoria e, in quell’istante, l’anfora della

mia paura si ruppe, tracciando, tra cocci sparsi, un rivolo di

sangue nella terra rossa.

Qual’era il senso di quel mio vagare solitario? A lungo avevo

camminato bendata e le mie impronte erano svanite. Il vento

che sollevava la sabbia avrebbe cancellato ogni memoria.

Seduta, dentro il tramonto, ero certa dell’inutilità del mio passaggio

nel mondo; come le mie orme così la mia vita sarebbe

svanita nel vento. Allora capii di non essere mai nata.

Mi alzai per raggiungere la macchina e un piede dopo l’altro

feci i mie primi passi verso l’ignoto.

E finalmente la vidi. Gli odori divennero profumi. La vidi. E mi

schiusi a lei come al mistero della vita.

Partii. Qualcosa in me si era spezzato. Il filo delle mie certezze

che conduceva da sempre in occidente si era perso nel vento,

era volato lontano per poi precipitare, davanti a me, in una delle

grandi pozze fangose della strada sterrata. Mentre ogni mia

sicurezza si ricopriva di fango, io rinascevo, per la prima volta

libera e limpida. Ero pronta a lasciare che ogni cosa accadesse.

E all’improvviso mi accorsi di non avere più paura.

 


 www.erikarigamonti.it/

 

www.maisondelajoie.com

 

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La stranieraultima modifica: 2011-07-04T20:45:00+00:00da ouidah1
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