Festival vudu a Ouidah! E’ ora di prenotare

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FESTIVAL INTERNAZIONALE  VUDU’  A OUIDAH, E’ ORA DI PRENOTARE!!

 

Cari amici, come ogni anno il 10 di gennaio, sulla nostra spiaggia di Ouidah, si celebra l’inizio del calendario liturgico vudu’. E’ un grande momento di partecipazione popolare, e anche folkloristico, i turisti arrivano da ogni parte del mondo. Alcune camere sono già prenotate da francesi, ma molte altre ne restano in attesa di vedervi. MA E’ IL MOMENTO DI PRENOTARE!!, in quei giorni infatti non si trova posto nemmeno nel più lussuoso hotel.

Quindi se volete venire  con un viaggio yourself, oppure con un viaggio organizzato da noi, UN VIAGGIO ALLE ORIGINI DEL MONDO, è il momento di decidersi, i prezzi dei voli non sono ancora alti.

Vi allego un’ articolo scritto da Diana Facile, turista,volontaria,amica della Maison de la Joie, e alcune foto di una celebre fotografa, anch’essa legata affettivamente a noi: Linda de Nobili, cui invito anche a vedere il seguente link

http://www.lindadenobili.net/Benin_2010_voodoo/index.html

e poi anche il suo blog

www.lindadenobili.com

 

buona visione

 

 

E se dovessimo incontrare gli Oroh?”, aveva chiesto Richy mentre ci apprestavamo a salire sul tetto della Lancia per rientrare alla Maison, dopo una serata trascorsa piacevolmente a bere birra in una buvette. “Gli Oroh?”, pensai. “Chi saranno mai questi Oroh? Qualche gruppo etnico del Benin di cui ancora ignoro l’esistenza?”. Ma fu giusto un pensiero fugace. L’autista ingranò la marcia e iniziò una folle corsa per le stradine deserte di Ouidah, incurante del fatto che ben quattro passeggeri non si trovavano all’interno del veicolo, bensì sul tetto. se dovessimo incontrare gli Oroh?”, aveva chiesto Richy mentre ci apprestavamo a salire sul tetto della Lancia per rientrare alla Maison, dopo una serata trascorsa piacevolmente a bere birra in una buvette. “Gli Oroh?”, pensai. “Chi saranno mai questi Oroh? Qualche gruppo etnico del Benin di cui ancora ignoro l’esistenza?”. Ma fu giusto un pensiero fugace. L’autista ingranò la marcia e iniziò una folle corsa per le stradine deserte di Ouidah, incurante del fatto che ben quattro passeggeri non si trovavano all’interno del veicolo, bensì sul tetto.ouidah festival vudu.JPGIn un batter d’occhio arrivammo alla Maison. Richy fu il primo ad accorgersi che il portone d’ingresso era chiuso, e che all’esterno non c’era anima viva. Rimasi colpita dall’assenza del Vecchio, che soleva trascorrere le notti davanti alle mura di cinta della casa.

Scesi e mi precipitai al portone per cercare di capire cosa stesse accadendo. Gli altri mi raggiunsero immediatamente, e iniziammo a chiamare a gran voce Sonia, la governante. Dopo pochi istanti il portone si aprì, giusto il necessario per lasciar intravedere la donna con un corteo di ragazzini alle spalle stretti l’uno all’altro. “Fate in fretta”, ci intimò, “ci sono gli Oroh!!!”
“Ancora gli Oroh? Ma che saranno mai?”. Il suo sguardo appariva talmente turbato che non mi sembrò il caso di perdermi in chiacchiere, e mi infilai nel portone semiaperto, che si richiuse con un tonfo non appena l’ultimo di noi mise piede nel cortile. Mi guardai attorno nel tentativo di cogliere anche il più misero segno che potesse illuminarmi, svelandomi chi o cosa avesse causato tutta quell’agitazione. Ma la confusione era tale che dovetti abbandonare il mio proposito, e insieme agli altri salii le scale per andare a fumare l’ultima sigaretta in terrazza e perdermi sotto il cielo stellato irradiato dalla luna piena.
Eravamo in piedi, affacciati al cornicione, quando udimmo un sibilo. Sembrava il suono di una frusta che gira a vuoto nell’aria. Linda e Simona si sporsero impulsivamente in avanti per vedere cosa stava accadendo. Ma la voce di Cetto le bloccò di colpo. “Ragazzi, sono gli Oroh… Abbassatevi e state zitti, non devono né vederci né sentirci, altrimenti son problemi!!!” 
Ormai non potevo più trattenere la mia curiosità, e afferrai Cetto per un braccio. “Ma si può sapere di cosa stai parlando?”, lo apostrofai con i miei soliti toni acuti. Cetto mi mise una mano sulla bocca e si portò un dito alle labbra, facendoci segno di tacere e invitandoci ad allontanarci dal cornicione.
Seguirono parecchi minuti di silenzio assoluto. Linda stava per accendersi una sigaretta quando udimmo un nuovo sibilo. Ancora una volta Cetto ci intimò di tacere, senza darci nessuna spiegazione.
Passammo un buon quarto d’ora in questo modo, accovacciati l’uno accanto all’altro sul materasso, quasi senza respirare. L’aria era umida e il caldo soffocante, ma nessuno di noi sembrava farci caso. Eravamo tesi come corde di violino, senza nemmeno sapere il perché. Non si sentiva volare una mosca. L’atmosfera stava diventando opprimente. 
Finalmente, Cetto ruppe il silenzio. “Non so dirvi con esattezza di cosa si tratti. Ho vissuto otto mesi a Ouidah e ogni volta che si pronuncia la parola Oroh la gente si oscura e cambia discorso, paralizzata dal terrore. Sembra che siano dei vodù che hanno il diritto di uscire tre notti di seguito, e quando escono tutti si rintanano nelle loro case, fino a quando il sibilo infernale non cessa definitivamente. Si dice che quando incontri un Oroh sei segnato. Se non sei un iniziato al vodù ti costringono a diventarlo, se sei un yovo ti derubano di tutto. E in entrambi i casi, non vanno per il sottile: sembra che le buone maniere non gliele abbiano insegnate.”. “Il solito modo di Cetto di affrontare le cose, sdrammatizzandole”, pensai un istante prima dell’inizio di una nuova sequela di sibili, provenienti dalle vicinanze della Maison. Ci dibattevamo tutti tra il desiderio di spingerci a vedere e l’ansia paralizzante di cui eravamo preda. In un sussurro, Linda raccontò che l’anno prima una ragazza, sopraffatta dalla curiosità e incurante degli ammonimenti di Justine, si era affacciata al balcone ed era riuscita a vederli. Ma anche loro, gli Oroh, l’avevano vista, e avevano assediato la casa per tre giorni e tre notti. Tre giorni e tre notti di panico e angoscia ininterrotte.
Credo che nessuno di noi riuscisse a capire fino in fondo il terrore della gente di Ouidah, considerandolo semplicemente il frutto di una credenza popolare perpetuatasi nel tempo. Ciononostante, nessuno di noi si sentiva completamente al sicuro. Eravamo tutti sdraiati sullo stesso materasso, senza avere nemmeno l’ardire di accendere una sigaretta o di tossire. Le nostre parole erano sussurri, iniziati quasi per gioco e trasformatisi poi nell’esternazione del nostro stato d’animo.
Un’inquietudine irrazionale che si scontrava col desiderio razionale di trovare un senso a quanto stavamo vivendo.
E sempre sussurrando, iniziammo a tempestare Cetto di domande, a cui lui non riusciva a rispondere. “Ragazzi, vi ho già detto tutto ciò che so. Nessuno vi dirà niente sugli Oroh. È un argomento tabù a Ouidah.”
Linda avanzò senza troppa convinzione l’ipotesi che si trattasse di delinquenti che si nutrivano dell’ignoranza popolare, e per tutta risposta si levò una nuova ondata di sibili che ci azzittì all’istante. 
Ormai eravamo tutti in fibrillazione, incapaci di gestire quel pizzico di dubbio che si era lentamente insinuato in noi. E tra un sibilo e un sussurro, tirammo le 4 del mattino, formulando congetture che noi stessi ci prendevamo la briga di smontare per arrenderci infine all’evidenza: non si può capire ciò che non si conosce, e non si può spiegare ciò che non si capisce. Le nostre congetture si scontravano infatti con il muro dell’ignoranza – la nostra ignoranza sul vodù – e con una diversità culturale di fondo, difficile da superare. Siamo soliti ritenere privo di senso tutto ciò a cui non riusciamo a dare una risposta. Ma forse siamo noi che non riusciamo a cogliere quel senso, ed è proprio quest’incapacità a porci tutti sullo stesso piano, uguali pur nella diversità.
Stava ormai albeggiando quando, esausti, turbati e pieni di dubbi ci ritirammo nelle nostre stanze, avendo l’accortezza di chiudere bene le porte per lasciare fuori gli Oroh.

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www.maisondeljoie.com

Mettete le scarpette e venite a correre per l’Africa

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 Correre per e con l’Africa

 

 

     
     
   Il 23 ottobre nel centro di Milano, i Podisti da Marte corrono per La Maison de la Joie a Ouidah.   
     
   Quando sono in Africa, a Ouidah, principalmente, verso sera, prima che il sole tramonti velocemente (essendo vicini all'equatore), è una mia abitudine,    
   o chiamatelo "vizio" , mi metto due scarpette e pantaloncini e per una mezz'oretta mi voglio bene facendo jogging.   
    La sensazione di calpestare il pavè , poi la pista rossa e infine la sabbia di Ouidah, con i soliti sguardi curiosi, le solite risa di scherno,   
    oppure gli incitamenti in lingua fon "alè yovo", fanno da corollario ad una eperienza davvero unica.   
    Il sudare e fare fatica correndo lungo la "route des esclaves",  la strada che portava gli schiavi all'imbarco sulle navi dei negrieri,   
    è forse inconsciamente un chiedere perdono  per i nostri avi di  tutte quelle sofferenze, provocate alle popolazioni indigene.   
    Poi mi dico che anche oggi, la storia non è cambiato molto per questo continente.    
   E allora  mentalmente passo dopo passo, respiro dopo respiro, mi dico che corro anche contro le ingiustizie di oggi.    
   A chi ,  come me, comincia  ad essere avanti negli anni, aver iniziato a correre   
   da piccini, perchè magari si aveva un fratello grande che aveva questa passione, sa cosa c'è dietro:    
   solitudine, derisione, essere considerati pazzi, oppure gente che viene da un'altro pianeta!    
   Ecco perchè quando Erika (la nostra volontaria dei progetti)   
   mi ha fatto scoprire i Podisti da Marte,  e scritto che correranno per la Maison de la Joie, la contentezza è stata davvero tanta.    
   Cari amici , davvero il 23 ottobre, mi piacerebbe essere con voi a faticare, ma anche a divertirsi, vi ringrazio davvero e spero che prima o poi   
   qualcuno di voi, voglia venire a correre giù, tra palme o babobab.   
   Ma chi sono e cosa fanno i Podisti da Marte?  Come dice uno dei fondatori, Fabrizio Cosi:

Se rispondo semplicemente "ci vediamo una volta al mese e corriamo per
un'ora nel centro di Milano" sto dicendo la verità, ma so che non basta per
convincere qualcuno a diventare un "marziano". Ecco perchè, prima ancora di
sentirmi dire "tutto qua?", mi affretto a snocciolare quello che succede
durante questi fatidici 60 minuti mensili. Così ognuno può trovarci il
senso che preferisce.

Ci autoconvochiamo col passaparola, via mail e/o facebook e ci troviamo
alla fontana di Piazza Castello, una volta al mese. Può essere di sabato o
domenica mattina, ma anche di giovedì sera. Non c'è una regola fissa.

Consegniamo a tutti il pettorale dei Podisti da Marte. Visto che non è una
gara, sul pettorale non c'è un numero, ma solo il nostro logo. E' tutto
gratis, ammesso che importi. Consigliamo di mettere addosso una maglietta
gialla, rossa o arancio, per essere più riconoscibili. Insieme ai
pettorali, distribuiamo ai marziani dei fiori di plastica sui quali è
spillato un messaggio a supporto di una buona causa; perchè, e questa è una
cosa importante, i marziani corrono ogni volta per qualcosa o per qualcuno.
E lo scrivono sui fiori.

I fiori servono a rompere una barriera, quella tra noi e la città. Li
doniamo "strada correndo" ai passanti, regalando & strappando un sorriso e
pubblicizzando la buona causa della "missione". Li consideriamo dei
"message in a bottle"; sono i nostri pensieri gettati nell'oceano urbano.
Fiore + biglietto.

Corriamo, è vero, ma non fortissimo. Ognuno può andare al passo che ritiene
più opportuno, ma i più veloci capiscono subito che ci si diverte solo
stando tutti insieme, ed è così che va a finire. Il serpentone procede più
o meno compatto per 1 km, poi ci si ferma ad aspettare gli ultimi, ci si
ricompatta e si riparte. In un'ora di solito non facciamo più di 8 km. Una
cosa è certa: nessuno resta mai da solo.

Salutiamo tutti i passanti, regaliamo i fiori, tiriamo nel gruppo i podisti
che incontriamo. Siamo gentilissimi con i Vigili Urbani, che fermano anche
il traffico per farci passare. Non siamo aggressivi con nessuno, tanto meno
con gli automobilisti.

I Podisti da Marte sono nati (ma questa è una lunga storia) anche come
reazione "positiva" all'avversione della città per la maratona di Milano;
in altri termini, abbiamo deciso di fare il primo passo, cominciando noi ad
essere gentili. Paolo Garimberti ha scritto (poco prima di diventare
Presidente della RAI) che noi mettiamo le basi di "un corso pratico di
educazione urbana".

Cerchiamo di sensibilizzare la città verso il running, è vero; ma nel
tentativo (missione) di rendere migliori gli altri, succede che ci sentiamo
migliori noi. Quando trascorri un'ora sorridendo a tutti, conoscendo nuove
persone, correndo per sostenere qualcuno, torni a casa e ti senti a posto
con te stesso. Questo, almeno, è quello che succede a me.

Il percorso è tutto nel pieno centro di Milano: Duomo, San Babila, Via
Montenapoleone, Brera, Piazza della Scala, Galleria, Palazzo Reale; cambia
ogni volta, anche durante la corsa; se ci viene in mente qualcosa, lo
facciamo. .

Ci siamo trovati a correre anche giù nei corridoi della metropolitana; vi
assicuro che le facce dei turisti che ci hanno visto uscire dal ventre
della terra (100 persone in pantaloncini e canotta, anche abbastanza
sudati) erano veramente sbigottite. Anche da qui il nostro nome: "ma da
dove venite????"
"veniamo da Marte!!!".

Il centro ce lo godiamo per davvero, ecco perchè correre non è tutto. Ci
fermiamo a fare fotografie con i Vigili o con i turisti giapponesi,
passiamo tra ali di folla plaudenti (pensano che stia passando una gara
podistica, come quella signora che ci chiese "ma che è??? la
Stramilano??"), giriamo in tondo ai monumenti finchè i più lenti non ci
raggiungono.

Le buone cause. Abbiamo corso per i terremotati abruzzesi e per Michela
Rossi (una runner che aveva corso la Stramilano e, la notte stessa, è morta
nel terremoto a L'Aquila), per Danny Ferrone e la sua fondazione per la
ricerca sulla fibrosi cistica, per SMArathon e la ricerca sull'atrofia
muscolare spinale, per Make-A-Wish Italia ed i bambini con gravi malattie,
per Intervita e le sue battaglie a favore delle donne e contro gli abusi
sui minori, per Disabilincorsa e la loro ricerca di guide sportive per
disabili.
In quest'ultimo caso abbiamo anche corso bendati, tenendoci legati con una
cordicella ad un compagno come fanno i non vedenti quando si allenano e
fanno le gare. E per tanti altri ancora. E non finirà qui. "
     
   "Ogni volta che mi chiedono di spiegare in cosa consiste "questa cosa" dei
Podisti da Marte mi trovo sempre in difficoltà.
      
     
      
   Questa volta aggiungiamo noi è per la Maison de la Joie!! Grazie davvero a tutti!!   
      
    www.podistidamarte.it   
      
   www.maisondelajoie.com   
      
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