Babatéla: la vera storia del santo bevitore

Babatela Benin-119.JPGLAVERA STORIA DEL SANTO BEVITORE

 

 

Ovvero: come essere considerati  un vecchio ubriacone ed avere poi un funerale da re

 

 

L’Africa non ci finirà mai di stupire e di ammaliarci, sia per i suoi suoni, i colori, gli  odori, sia per le sue magnifiche storie.

Babatela  nasce miserabile tra i miserabili, in un villaggio mussulmano ai bordi della savana che da Djougou va verso Natitingou. Da giovinetto mostra doti  di preveggenza e comincia a seguire il nonno nella brousse, cominciando a conoscere le piante e i loro poteri. Ben presto diventa conosciuto come il guaritore della pelle e la sua fama oltrepassa i dintorni di Djougou. Come tutti i giovani  mussulmani della brousse , appena adolescente si trova una compagna e la mette incinta,  attratto dalla religione cattolica, l’abbraccia e si converte già quando i figli  sono grandi; si dirà  che solo una religione dove Dio tramuta l’acqua in vino poteva essergli congeniale . Dai figli, divenuti mussulmani integralisti viene ripudiato, vivendo così la parte della maturità della sua vita in solitudine, continuando a guarire la gente in maniera del tutto gratuita. Ho il piacere di conoscerlo personalmente una decina d’anni fa, quando a  mia moglie beninese, trasferitasi in Italia  viene diagnosticata una malattia della pelle, apparentemente incurabile. Perfino luminari dell’Università della città di  F. e  dottori specialisti non riescono a cavarci un buco.  A un certo punto decidiamo di ripartire per il Benin, mia moglie incontra Babatela, e da lui riceve come  cura   un intruglio a base di miglio fermentato e strane piante della savana. L’ordine è tassativo di lavarsi solo con questo maleodorante liquido contenuto in una vecchia giara, e se possibile anche di berlo. Ci trasferiamo in Italia con la giara, alla dogana beninese, appena sentono che è una medicina tradizionale, i doganieri ritirano le mani dalla giara come se avessero visto il diavolo; infatti la superstizione vuole che chi la tocca, o chi ostacola un medicamento tradizionale è poi condannato a riceverne la malattia.

Mia moglie puzzò per 4/5 mesi, la giara straordinariamente continuava ad emettere liquido, le  macchie  sulla pelle pian  piano sparirono e quando ritornammo in Benin per seppellire la giara in una buca sottoterra, mia moglie era perfettamente guarita. Mostrammo le foglie ai nostri specialisti in Italia, ricevendone uno sprezzante rifiuto, e un’alzata di spalle, è certo bruciava: primari e baroni  e il loro cortisone battuti da un vecchio  ubriacone…..Non è stata la sola volta che il grande guaritore   stracciava i nostri camici bianchi, ho raccolto testimonianze anche di  varie ragazze francesi che  furono da lui guarite. Quando a distanza di anni ed entrato in confidenza gli chiesi cosa aveva mia moglie, mi rispose cha aveva una sottospecie di lebbra, curabile solo con le foglie di una certa pianta  dalla vaga forma di cocomero;  occorreva macerare queste foglie con l’alcol e purificare quindi il sangue bevendo la pozione e passandola sulla pelle quando ci si lavava. Gli chiesi : “Ma perché il rito fu fatto alle cinque del mattino, prima del sorgere del sole?”, pregustando chissà quale mistero arcano, mi rispose semplicemente: “perché alle cinque del mattino è sicuro che la gente non ha fatto colazione, ed io ho bisogno che vengano da me a digiuno”; ah  mitica saggezza popolare….

Fu accolto alla Maison nel 2006, quando i parenti, stanchi delle sue colossali sbornie, si stancarono di lui e   fu  quindi ospitato  dall’unica nipote che gli voleva bene e che ancora lo rispettava e amava, Justine. Disse: “Lo prendo io in casa, sarà il nostro protettore dagli spiriti cattivi della casa. Justine e Babatèla si capivano benissimo, immersi fino al collo  in quel cattolicesimo immerso nel sincretismo , ma con un cuore grande, pronti a donare,  come pochi in  Africa. Fu così  che i viaggiatori  di passaggio e i volontari cominciarono a vedere quella piccola figura bonaria di arzillo vecchietto, gentilissimo, con gli occhi vispi. Babatéla prima di arrivare alla Maison, non aveva mai visto la televisione, se ne innamorò, anche se forse ne capiva assai poco di quello che vedeva, non conoscendo affatto il francese. Si lamentava con Justne, perché i ragazzi cambiavano canale, le diceva: “perché non fanno finire le persone di parlare, è maleducazione!!”. Grande Babatéla, nella sua ingenuità. Avrebbe potuto essere ricco, aveva veramente poteri, conosceva le piante, conosceva  la cura ai  sortilegi, conosceva le parole incantatrici per tenere lontano dalla casa i  cattivi spiriti, la gente lo sapeva e ci andava volentieri, perché era buono. Non si è mai voluto far pagare se non con qualche bottiglia di “chapalò” (birra locale ottenuta dalla fermentazione del miglio), o qualche bicchiere di “sodabì”, (grappa locale ottenuta dalla distillazione del frutto dell’albero di palma). Era sempre sereno, negli ultimi anni, si metteva  seduto sotto a una tettoia di fortuna, fuori del recinto della casa,  e passava le giornate parlando con la gente che si fermava a salutarlo. Qualche volta trovava da bere e pietosamente una  donna della Maison la sera che lo trovava sbronzo addormentato, lo ricopriva con un paigne, per coprirlo dell’umidità del mattino. Mattino che lo avrebbe rivisto vispo e lucido come non mai, ma quale misteri racchiudeva  mai quest’uomo? Se ne è andato una mattina di gennaio, quando in Benin comincia a fare caldo, seduto sulla sua sedia,  avrà cominciato a riconoscere tutti gli amici perduti, i suoi genitori, il nonno che lo portava nella foresta e ha deciso di seguirli per bere un buon  bicchiere di  sodabì con loro.

    “Quando muore un anziano, in Africa, brucia una biblioteca”, recita un proverbio, Babatéla non ha trovato ragazzi che volessero imparare le sue arti e i suoi saperi, ormai perduti per sempre. Un altro pezzo di cultura che sparisce e tutti noi siamo più poveri e più vulnerabili.

La notizia  della morte ben presto si è diffusa nel quartiere, a Ouidah,   tutti si sono prodigati per adornare la salma, per il viaggio del suo ultimo ritorno al nord, nella savana. Dalla Maison 35 persone sono partite per accompagnarlo a Djougou, dove in Cattedrale è stato celebrato un funerale da re. La chiesa era  stracolma di gente di varie religioni: cattolici, mussulmani, animasti, tutti si sono accalcati attorno alla salma per un estremo saluto. Sembrava fosse morto un santo, si certo, il santo bevitore.

Ciao Babatéla, quando ritornerò alla Maison, e sbircero’ sotto la tettoia,  non ti vedrò, ma so che tu ci sarai  sempre a protezione della nostra casa e dei nostri bambini.

 

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 la strada dove Babatéla ci aspettava sempre

Chi vuol adottare a distanza un bimbo?

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LASCIA O RADDOPPIA?

LA MAISON DE LA JOIE   RADDOPPIA : CERCASI ADOZIONI A DISTANZA E FINANZIAMENTI

 

La Maison de la Joie a Ouidah in Benin   in un anno  e mezzo ha  quasi raddoppiato i bambini ospitati:  da  27 agli attuali 47,  uno sforzo d’umanità notevole, che merita di essere aiutato e sostenuto.

 

Per chi  vi chiede qual è la differenza fra il turismo  normale e il turismo responsabile, penso  che questa sia la migliore risposta. I proventi del turismo responsabile, se impiegati bene e in maniera trasparente, sono un volano, non solo di attività economiche, ma  anche e soprattutto di attività di volontariato e di giustizia per gli ultimi.

 

Il peggiorare della situazione economica in Benin , l’allargamento del solco tra chi gode di un certo benessere e tra chi invece non ha nulla, ha portato la nostra  casa-famiglia e piccola ong  a occuparsi e a doversi impegnare per altri, numerosi  bambini, in situazioni di sfruttamento  o in situazione di pericolo di  sopravvivenza.. In quest’anno la Maison de la Joie, come una fisarmonica, si è allargata e ristretta a seconda delle esigenze e delle nuove richieste di aiuto. Da qui l’urgenza di “alzare di un piano” la Maison, per poter costruire una  grande sala dormitorio, per le bambine più grandi, per non avere poi problemi di promiscuità  e cercando al tempo stesso di lasciare camere disponibili a sufficienza per i turisti responsabili e i volontari che affiancano Justine, in quest’ opera, che diventa giorno dopo giorno sempre più “grandiosa”, sia in termini di affettività, ma sia anche in termini d’importanza. Ormai possiamo affermare che la nostra Maison è divenuta ben più importante di tanti “macabri” orfanotrofi, sparsi per il paese, dove i piccoli ospiti sono tenuti come tanti animaletti. Alla Maison, i bambini e le ragazze ospitate, oltre a frequentare tutti la scuola, sono inseriti in un contesto culturale dinamico e coinvolgente,  sempre a contatto con volontari e turisti. Ad aprile, ricominceremo , la seconda parte del laboratorio Genova-Ouidah andata e ritorno , i ragazzi si stanno preparando, e proprio da quell’esperienza è nata nei responsabili della Maison, la decisione di fare qualcosa di ancora più grande. Il laboratorio,  dimostrò come i ragazzi ospitati alla Maison avessero  un livello culturale superiore alla media del Benin, pari ai coetanei italiani, da qui nacque in noi l’esigenza di aprire l’esperienza della Maison agli altri bambini,  prima al quartiere dove risiediamo e poi alla città di Ouidah.

Cosa vorremmo fare e cosa faremo?

All’interno del nostro cantiere, gia’ iniziato, e chiamato  “il villaggio della Gioia”, dove troverà posto il nuovo ristorante di igname pillé, laboratori di sartoria e di artigianato, abbiamo pensato di costruire anche una sala polivalente, con computer, biblioteca e videoteca. Tutto questo  per i bambini  usati come schiavi nel vicino mercato di Ouidah. I bambini, nei pochi momenti di pausa dal loro forzato lavoro, potranno venire nella sala, e avere oltre a qualche momento di svago e di riposo, anche un minimo d’istruzione. Stiamo cercando  il finanziamento per questa  sala e anche un minimo compenso per la ragazza o la signora che  si occuperà di questa struttura, gran parte dei libri e dei video e alcuni computer  sono già stati  trovati. Noi siamo fiduciosi, finora la Provvidenza, non ha mai mancato di farsi presente, pensiamo che con il vostro aiuto e sostegno ce la possiamo fare e ce la faremo. Cosi’ come negli anni scorsi abbiamo finanziato pozzi e mulini nei villaggi, che assieme ai turisti frequentiamo, così riusciremo anche in questi progetti di ampio respiro.

Spargete la voce, servono offerte, padrini e madrine,e anche volontari che vogliano sporcarsi le mani, nonché tanti, tanti  turisti responsabili.

Noi siamo disposti a fornire ogni informazione possibile  a chi lo richiederà e  invitiamo tutti a venirci a trovare a Ouidah, quartier Gbenan, 2^ arrondissement,  in qualsiasi momento,  siamo sempre aperti.

Noi pensiamo ancora che il miglior investimento sia il sorriso di un bambino, e una vita dignitosa per le mamme e le donne di questa zona d’Africa.

                                                                                                                                  

 

 

Coppa d’Africa: the show must go on

                 CAN 2010: THE SHOHW MUST GO ON

 

 

“Una partita di calcio non è questione di vita o di morte, ma molto di più!” ( P.Villaggio: Fantozzi)

Il Togo lascia la competizione della Coppa d’Africa,  dopo l’agguato al loro bus, al confine tra Angola e Congo , nella regione di Cabinda

 

 

E così ancor una volta la politica macchia di rosso sangue una manifestazione sportiva, con gran scandalo dei puritani e di quelli che fanno finta di non vedere. Inutile dire che ogni paese ha la sua Cabinda, come ogni    paese ha la sua Rosarno, mi chiedo dov’è la notizia.

Del resto il “Continente alla deriva “, fa notizia, solo in casi come questi,e poi si sa, certe cose succedono solo lì; del resto non hanno spostato la “Parigi-Dakar” in Sudamerica, senza  nemmeno il pudore di cambiarle nome, perché troppo pericolosa farla sulle piste polverose di laterite?

E il Togo? Quale  funzionario della federazione togolese, si è intascato i soldi di  un tranquillo volo d’aereo, sopra e lontano da ogni eco di guerra, scambiandolo per un autobus e un manipolo di giovani armati come scorta? Domande che nella poltiglia fangosa della corruzione africana non avranno mai risposte. Su tutto un lampo di fierezza del “assai poco democratico “ governo togolese: il richiamare in patria (stavolta in aereo), la propria squadra di calcio, perché una vita umana non si baratta con un calcio ad un pallone, oppure come dicono i maligni,  forse è solo per una ripicca polemica con il governo angolano.

Del resto, con qualche minuto di silenzio, all’inizio delle  partite , è già risolta la questione, e gli sponsor sono contenti.  Il Benin  gioca domani, Il Togo non gioca e non giocherà, ma forse sarà l’unico vincitore morale.

 

Per chi non lo sapesse, il Togo e il Benin, distano dall’Angola,   come l’Italia dalla Finlandia. Il Togo e il Benin sono tra i paesi a più basso tasso di criminalità al mondo. Certo è,  che tutta questa pubblicità negativa, non gioverà sicuramente alle rimesse turistiche di questi due poveri paesi. Anche qualche genitore, di alcuni nostri volontari presenti  giù mi hanno chiamato preoccupati, li ho dovuti tranquillizzare, dicendo loro che,  nonostante la fame, la povertà, e le ingiustizie sociali, qui da noi non c’è la guerriglia.

 

Intanto vi aggiorno sulle notizie dalla Maison:  il container  dopo una lotta impari con la burocrazia beninese, e la lobby dei doganieri è stato regolarmente sdoganato e scaricato il 31 dicembre scorso. I volontari presenti hanno scaricato a mano tutti gli scatoloni. Il giorno 6 gennaio, la befana (nella fattispecie, sotto forma di otto splendidi ragazzi) , ci ha fatto dono di un pulmino e una mono volume ,  attraversando il deserto e i  relativi rischi di rapimento. L’arrivo è stato salutato con un boato dai ragazzi della Maison,  che sono corsi fuori con qualsiasi strumento possibile per fare musica (padelle, cucchiai sul legno ecc.); chi ha assistito parla di una scena commovente.

Sono arrivati in casa altri bambini tutti con storie penose e serie, e quindi per chi volesse “adottarne a distanza” qualcuno per farli studiare è vivamente pregato di farsi avanti.. Nei prossimi giorni, racconteremo un po’ di loro, corredate da qualche foto, che ci porteranno i volontari.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti quelli che si sono prodigati in questi giorni, sia in Italia che in Benin (Patrizia, Cesare, Simona Apuzzo, Alessandro e Federica,  Daniela e altri), perché tutto funzionasse bene alla Maison.

Di tutte queste gioie un solo rammarico e una constatazione: gli alti costi di sdoganamento sia per il container e sia per le vetture, abbiamo toccato con mano il detto popolare: “se vuoi farti ricco in Africa, devi essere un doganiere”; ci chiediamo quanto questa razza di parassiti ostacoli il progresso e lo sviluppo nell’intero continente. Questa lobby, più potente e corrotta di qualsiasi potere politico,  sia  democrazia oppure una dittatura è un vero cancro per l’economia del Continente.

Consoliamoci con questo video, dove lo sport ha la esse maiuscola, e dove piccoli uomini, grazie alla loro volontà diventano dei giganti  .

http://www.webalice.it/flavio.nadiani