Abomey: la regale o la sanguinaria?

ABOMEY:   LA REALE  O LA SANGUINARIA?  

 

Il Regno delle amazzoni, dei cacciatori di schiavi, delle teste mozzate: l’impero del Dahomey

 

 

Chi viene in Benin per  turismo, non può non visitare il palazzo reale di Abomey , sarebbe come andare a Roma e non vedere il Colosseo…ma vediamo perciò l’importanza storica di Abomey.

Abomey fu la capitale dell’impero del Dahomey, impero che a partire dal XV, dominò questa zona di Africa occidentale. Il regno del Dahomey passerà alla storia come uno dei regni più sanguinari dell’epoca , basta dire che la loro bandiera inviata agli emissari dei re europei, era un drappo con disegnate decine di teste mozzate, per un lungo perido, durante la tratta negriera, ebbe un suo ambasciatore alla corte del re di Francia. Per amore della verità, le teste mozzate  dei nemici avevano un significato non di crudeltà, ma religioso, servivano infatti come sacrificio per potersi mettere in contatto spirituale con gli antenati, l’accusa di crudeltà servi’ invece benissmo alle potenze coloniali per invadere il regno.

. Il regno del Re Ghezo, uno dei più importanti della dinastia che regno’ sull’impero, passerà poi alla storia, per l’esercito di amazzoni di cui si serviva. Le amazzoni, donne-guerriero, erano selezionate fin da bambine alla pratica e all’arte della guerra. Istruite ad un’obbedienza cieca verso il loro sovrano, erano  la vera ossatura dell’esercito; si narra che  se promettevano di portare  al loro re, prima di andare in battaglia, due teste del nemico, e se al ritorno,   malauguratamente ne avessero portata una sola, l’altra testa che veniva mozzata era la loro. Crudele destino la vita dell’amazzone, non uomo ma neppure donna,  costrette ad una vita contro natura e a cercare soddisfazioni sessuali, solo all’interno del loro gruppo, tantissime morivano poi giovanissime in battaglia, in prima linea. 

Il re Guezo sarà  celebrato da Bruce Chatwin, nel suo libro “il Viceré di Ouidah”; costui infatti era  “fratello di sangue” di Francisco De Souza, il vero viceré, si chiamava infatti così. Questo libro è poi stato liberamente trasportato nelle sale cinematografiche nel 1987 da Herzog, con Klaus Kinski come interprete principale. Il film si chiama “Cobra Verde”, e narra l’epopea di questo schiavista, negriero, imprenditore, affarista; che in Benin ha lasciato una lunga stirpe…basti pensare che aveva almeno una ventina  di mogli ufficiali, e una quarantina di figli riconosciuti. Tra questi discendenti , il compianto arcivescovo  cattolico di Cotonou ,    e l’attuale prima donna, moglie del presidente beninese . La famiglia De Souza,  infine mantiene un’importanza notevole nella  gerarchia della religione vudu’.

Arrivati nella cittadina di Abomey, si capisce ben presto dalle scritte su alcune case restaurate, dalle vecchie mura del palazzo in rovina , sparse un po’ dappertutto, l’importanza di questo luogo. Il palazzo anticamente aveva un’estensione di 40 ha; all’interno della sue mura a sua volta c’erano altri palazzi; la parte restaurata non è altro che una minima parte. In ogni caso quello che si vede comunque è notevole, dai basso rilievi dipinti  con proverbi e scene di guerra, al trono poggiato sui teschi di quattro re nemici abbattutti. Si può tranquillamente immaginare la vita a palazzo, gestita tra piani di battaglia, andirivieni di ministri ed emissari, mogli, schiave, autorità religiose dedite al culto degli antenati. Inizialmente le mire espansionistiche erano dovute alla promessa fatta da un discendente all’altro di lasciargli sempre più territorio, poi in ultimo dall’esigenza di trovare sempre nuovi schiavi da vendere alle potenze europee. La rivalità che ancora oggi scorre fra i fon del  sud e le etnie del nord, è gran parte dovuta appunto alla storia passata, fatta di catene, soprusi e violenze. La storia del Palazzo reale continua comunque: i discendenti dell’ultimo sovrano libero, Beahzin, non si sono accordati per la successione al trono e da decenni due famiglie si combattono sia fisicamente che con le carte bollate, per vedere riconosciuto il loro diritto al trono. Anche il presidente della repubblica è dovuto intervenire e offrire la sua mediazione.

Brevemente alcuni cenni storici del Regno del Dahomey tratti dal sito ufficiale del museo: “Secondo la leggenda, le dinastie dei regni situati a sud dell’attuale Repubblica del Benin, provengono da Tado, una città dell’attuale Togo e hanno origine da una coppia mitica: la principessa Aligbonon di Tado e un leopardo. Nel corso del XVII secolo, due dei loro discendenti, Ganyé Hessou e Dako, fondano un nuovo regno: il Danhomé. Houégbadja (1645-1685) stabilisce le basi legali e i grandi principi di funzionamento del regno: regole di successione, obiettivi politici dei sovrani, etc. In quest’epoca l’estensione del regno si limita all’altopiano di Abomey. Nel secolo XVIII, il re Agadja (1708-1740) amplia le frontiere del Danhomè fino alla costa atlantica conquistando i regni di Allada e di Savi. Da questo momento, il Danhomè prende attivamente parte al commercio negriero utilizzando il porto di Ouidah, capitale di Savi e si arricchisce considerevolmente. Il regno raggiunge il suo apogeo durante il XIX secolo sotto il re Guézo (1818-1858). Costretto dal movimento antischiavista, Guézo sviluppa l’agricoltura e converte l’economia del Danhomè esportando meno apertamente schiavi ed una maggiore quantità di prodotti agricoli (mais, palma da olio…). Alla fine del XIX secolo, nonostante l’accanita resistenza del re Gbêhanzin (1889-1894) alla penetrazione europea, il regno perde la sua indipendenza e si dissolve nella colonia francese del Dahomey.” Ancora oggi, nei giorni di mercato, le regine e principesse della dinastia, vengono a  portare da mangiare nella camera da letto del re Guezo. E in queste occasioni, la parte del museo non è visitabile. A me è capitato sia di assistere a questo rito, con corteo di principesse vegliarde e giovanissime, con i loro vestiti da cerimonia sgargianti, e sia invece di poter visitare questa stanza regale, che è veramente notevole: piena di atmosfera e fascino “africano”.   

Oltre al palazzo reale, fino all’anno scorso monumento tutelato dall’Unesco, come sito in pericolo, e ora invece tolto dalla lista,  anche se siamo pessimisti su questo,   noi come Maison de la Joie , consigliamo anche di visitare un villaggio poco lontano, e precisamente il sito di Dako Donau.Ci si inoltra nella foresta e dopo qualche chilometro, si arriva a questo villaggio. Qui c’è la radice del regno di Abomey; qui ci sono i resti non restaurati del primo palazzo reale, insomma da dove è iniziata l’epopea di questa dinastia. In una stanza  è di notevole importanza  un’affresco con due pantere, simbolo di forza e regalità; e un po’ sparsi dappertutto  templi vudu’ e resti di sacrifici più o meno recenti. Tutta l’atmosfera è alquanto emozionante, soprattutto se visitata durante la stagione delle pioggie, quando questo sito rimane praticamente isolato.  La figura maestosa di un’immenso  baobab, albero sacro per eccellenza , completa il paesaggio. Alquanto discutibile invece la scelta degli abitanti del luogo, i quali per richiamare turisti hanno messo in gabbia un paio di leoni spelacchiati e un coccodrillo permanentemente assetato; davvero di queste cose non ce ne sarebbe bisogno, e noi come turisti responsabili ci rifiutiamo di vederli.

 

Il Re di Abomey

Il re di Abomey è un essere sacro. Egli è designato da numerosi titoli: Dada (padre di tutta la comunità), Dokounnon (detentore e dispensatore di ricchezze), Sémèdo (signore del mondo), Aïnon (signore della terra), Jèhossou (signore delle perle), etc. Il suo totem è il leopardo. I simboli del potere regale sono il kataklè (poggiapiede tripode), gli afokpa (sandali), l’avotita (tessuto decorato con motivi applicati), l’awe (parasole), il mankpo (récade o bastone da cerimonia), il so (fucile) e il hwi (sciabola). Il poggiapiede e i sandali legittimano il sovrano appena eletto. La stoffa, il parasole e la récade sono gli attributi alla sua presentazione in pubblico. La récade rappresenta anche il re in ogni luogo e tempo, da vivo come da morto. La sciabola e il fucile testimoniano il carattere guerriero della regalità. Il re ha un potere mistico, religioso e temporale, e gode di molteplici privilegi quali indossare delle calzature (i sandali) ed essere trasportato in amaca. In segno di rispetto, i sudditi gli si avvicinano prostrandosi a petto e piedi nudi nella polvere. Tredici re si sono succeduti ad Abomey, ciascuno con un “nom fort“, nome di vanto preso da una frase allegorica che ne evoca il suo percorso, la sua visione o i suoi progetti.

 

Ad Abomey, specialmente agli inizi  di gennaio, informatevi se nei vicini villaggi ci sono feste e cerimonie dedicate allo Zangbetò, il dio che tutela dai malfattori e dai malintenzionati. L’origine del culto di questa divinità  vudu’simile ad un pagliaio roteante, nasce  qualche secolo fa proprio in questa città . Divinità tipicamente notturna, si diceva che era a guardia delle mura delle città , ed esce da sottoterra nel momento del bisogno. Ora lo Zangbetò  viene portato in processione anche in feste folkloristiche e a volte anche ad uso e consumo dei turisti. Noi invece consigliamo di vederlo in una di queste feste di villaggio, dove il carttere religioso genuino e spontaneo della gente fa da giusta corona alla sua figura. Gli adepti dello Zangbetò, sono tenuti segreti, e anche la sacerdotessa, unica, che può iniziarli ai misteri della divinità. E’ importante per il turista o il viaggiatore che assiste ad una di queste manifestazione il rispetto della credenza, pena la sua incolumità, che vuole che all’interno del pagliaio non ci sia nessuno.

Quindi godetevi  serenamente l’atmosfera di Abomey, tra venditrici di paigne e saponette di karitè, il mercato poco distante è infatti veramente molto colorato e speziato.

Vi ricordo che ad agosto guiderò in Benin  un gruppo di Viaggi e Miraggi , la più grande agenzia di turismo responsabile in Italia, (dal 2/8 al 16/8), ci sono ancora posti disponibili, ad un prezzo molto conveniente, iscrivetevi subito per non restare fuori. Credetemi un viaggio alla scoperta del Benin e Togo vale veramente la pena.