I Tangba o taneka: il popolo magico delle montagne

Benin Togo viaggio solidale La Maison de la Joie a Ouidah 226.jpgMaison de la Joie gennaio 2009 bondi 099.jpg I TANGBA:  IL POPOLO DELLE MAGICO DELLE MONTAGNE

Nel nord del Benin, esattamente sulle montagne dell’Atakora, la più grande
catena montuosa del paese,  in linea d’aria stretta tra le città di Djougou
e Natitingou, vi è l’etnia dei Tangba, imprecisamente chiamati Taneka, dal
nome dei due villaggi maggiori (Taneka Coco e Taneka Beri).

I Tangba  è considerato il popolo magico delle montagne, detentore del
sapere religioso animista di questa zona;  la grotta del Varun , luogo
magico per eccellenza, denso di significati religiosi e luogo preposto per
i sacrifici e per  le  consultazioni  sull’avvenire dei villaggi è
considerata in diretta comunicazione con la casa del re di Djougou,
distante decine di chilometri. E’ chiaramente una simbologia per unire il
potere religioso e quello politico. Questa etnia è rimasta sconosciuti agli
etnologi per decenni,  e il primo vero studioso che se ne è occupato ,
dopo aver constatato che in nessun testo, si faceva parola di questo gruppo
è stato un italiano  Marco Aime.
Grazie a lui, e ai suoi scritti  li conosciamo meglio, abbiamo imparato le
loro usanze, i loro costumi; la loro fierezza, il loro modo di vivere e di
intendere il tempo.
I Tangba  sono un crogiuolo di molteplici etnie, che si rifugiarono circa
due secoli fa, sulle montagne, per sfuggire  alle razzìe  dei cacciatori di
schiavi e dei negrieri. Le numerose grotte e anfratti rocciosi fecero loro
da riparo ad una forzata migrazioni. Ben presto impararano  a sopravvivere
nell’ambiente ostile, creando un’insieme di regole sociali che ancora oggi
ne proteggono in parte  l’integrità culturale.
I villaggi che noi visitiamo nei vari momenti dell’anno,  con i turisti
responsabili, li troviamo di solito abbastanza deserti, incontriamo
abitualmente i vecchi capi spirituali, il re, tanti  bambini e donne  per
lo più anziane , il resto della popolazione è sparsa un po’ per tutta la
collina: a coltivare oppure ad occuparsi del bestiame.  I Tangba divennero
famosi  per la “battaglia del mercato di Copargo”, dove lottarono  con archi e  freccie per
mantenere le proprie tradizioni e  i propri costumi sociali, diventando un
simbolo contro la globalizzazione. Questo avvenimento oltrepassò i confini del paese e anche in Italia ci furono documentari (Geo & Geo) su questa vicenda. A Papegou, c’è l’unico villaggio Taneka, gli abitanti di questo villaggio sono considerati quasi alla stregua di “traditori”, in quanto scesi dalle montagne alla ricerca di una vita più facile. Nel vicino dispensario operano suore aiutate dal Comitato d’Amicizia di Faenza, dove ha costruito sale polivalenti, finanziato macchinari per primi esami ed analisi. La gente ha ancora la fierezza di essere taneka, ma il loro sguardo è spesso rivolto sulle colline, là dove abitano ancora i loro fratelli, la’ sulla montagna dove si celebra ancora il mistero, lassu’ dove si è più vicini alle nuvole dell’Atakora, dove ancora vive il popolo magico.

Ecco alcune notizie fondamentali per capirli un po’ di più:
Il mercato: per loro il mercato è un luogo magico,  scelto dalla divinità;
nel mercato non sono ammessi né armi, né alcolici, proprio per santificarne
il posto.
Il tempo: i tangba non conoscono i giorni della settimana, ma scandiscono i
loro ritmi a seconda di dvoe si tiene il mercato.
Le classi d’età: si celebrano in determinati periodi le cerimonie dette dei
“passaggi d’età”, cerimonie cui fa seguito il sacrificio di un bue, offerto
dal  giovane celebrato alla comunità. Ai vecchi saggi toccheranno le parti
migliori, e via via in ordine d’importanza sarà divisa a tutte le persone
già iniziate a suo tempo.
La circoncisione  maschile: unica etnia a praticare la circoncisione
maschile in età adulta. Viene considerata una vera e propria prova di
coraggio, i giovani  vi si sottomettono senza manifestare alcuna paura o
dolore, pena la vergogna sulla propria famiglia.  Gli strumenti della prova
sono fabbricati in  una collina  e i “forgerons”,  gli artigiani del ferro
è una casta davvero importante nell’economia dell’etnia. Per quanto
riguarda invece le bambine, l’escissione è  ancora molto praticata,
nonostante i divieti governativi.
I capi spirituali: riconoscibili dal fatto che non possono vestirsi se non
di un perizoma in pelle, di un copricapo e della pipa, sono i veri custodi
dell’ortodossia culturale e religiosa dell’etnia. Il loro potere è  in gran
parte ereditario, e sono considerati anche la memoria storica dei villaggi.
Le corvé:  molti matrimoni sono ancora matrimoni forzati o combinati dalle
famiglie. Il giovane fidanzato per  poter sposarsi la ragazza deve lavorare
per alcuni anni il campo del futuro suocero. In cambio la ragazza deve
essere illibata.
La proprietà privata: tutto il terreno appartiene al re, è lui che destina
una parte alle persone che la vogliono lavorare e la terranno fino al
momento della loro dipartita. A quel punto la terra ritornerà a lui che la
destinerà ad altre persone.
I rapporti con gli estranei: furbi e disincantati, sanno che il loro potere
è più forte di tutto. Sopportano  i turisti venuti ad osservarli; i turisti
gente strana che ha “un solo modo di salutare”, quando invece nella loro
lingua,  (uno yom parlato anche da mia moglie, ma con pronuncia più serrata), ha un saluto a seconda dell’età della persona che si incontra;  e si fanno pagare dai turisti , senza per questo svendere la loro identità. Accettano una moschea in fondo alla collina; loro che sono i  custodi del segreto e del mistero religioso,.. tanto sanno che passerà e non resterà  pure questa, come i turisti che passano e vanno. Hanno perplessità sulla  scuola che da qualche
anno è attiva, nutrono più di qualche dubbio sulla sua utilità, pensano che è una moda che passerà anche questa. Noi invece cerchiamo di far capire loro, che la o difesa culturale negli anni futuri, passerà da quella scuola. Noi della Maison de la Joie a Ouidah, quando arriviamo da loro, portiamo materiale didattico per la scuola, ma pretendiamo che gli insegnanti insegnino e diano spazio alla loro cultura e alla tradizione orale. 

per un viaggio in Benin incontro al popolo delle montagne:

  “la Maison de la Joie a Ouidah”

http://www.webalice.it/flavio.nadiani

tel. 0546668164

 

nelle foto: il capo spirituale più importante dei Tangba; il giovane incaricato delle circoncisioni dei giovani adulti  

Ouidah e il vudu’

Ouidah, a torto o a ragione, è ormai considerata universalmente la culla della religione vudu’. Invitandovi  a iscrivervi al viaggio di turismo responsabile  che parte il 3 agosto e con ritorno il 16 agosto, (ancora pochi posti),  e che ci vedrà conoscere  e visitare tutti i luoghi più importanti e significativi di questa religione , virtualmente vi faccio  partecipare alla festa mondiale di questa religione sulla nostra  spiaggia, invitandovi  a vedere questo breve filmato, tratto dall’ultima edizione.

 

  

Urla nel silenzio in Benin: i bambini maledetti

benin manitese clemence098.jpg   URLA NEL SILENZIO IN BENIN: I BAMBINI MALEDETTI

Mi  successe più di una decina d’anni fa, ma mi ricordo ancora come se fosse ieri. Era il 1996, in quel tempo mi trovavo nel nord del Benin esattamente a Djougou, ed ero ricoverato all’ospedale per un’attacco di malaria, quando intravidi una suora che conoscevo bene per via del servizio che svolgevo giù. Le chiesi come mai si trovasse lì e mi racconto’ la storia di un bimbo, un neonato che il villaggio aveva cercato di uccidere. La sua zia per salvarlo da quel destino, l’aveva portato pietosamente dalle suore. Le suore l’avevano svezzato e poi dopo qualche mese riportato al villaggio. Qui il bimbo era stato avvelenato e ora lottava fra la vita e la morte. Il bambino morì nella notte. Ancora mi ricordo le lacrime e le urla di strazio di quella suora, lacrime di dolore e di rabbia: dolore per quella piccola creatura indifesa uccisa così barbaramente; di rabbia per quelle tradizioni ataviche che noi non riusciamo a capire completamente. Conobbi così la storia dei BIMBI MALEDETTI…..

Nel nord del Benin e in particolare in alcune etnie ben precise: i Boko, i Baatonou e i Peul, la nascita di un neonato in posizione podalica (coi piedi), col neonato che manifesta già un dentino, che nasce non piangendo, o in cui la mamma nel partorirlo muore (capirete le condizioni igieniche in cui queste povere donne partoriscono e vivono il loro periodo di gravidanza…) , sono considerati bambini maledetti: dalla tradizione e dai costumi sociali. I bimbi, dopo un giudizio dei capi villaggio e degli anziani saggi  vengono quindi, silenziosamente lasciati morire: o strangolati alla nascita, o seppellitti vivi con la madre, oppure lasciati morire di fame. Si pensa infatti che divenuti adulti, questi bimbi saranno poi dei “sorciers”, ovvero degli stregoni malefici, peggio poi se sono bambine (si sa le streghe hanno più poteri…). Un bambino nato coi dentini significa che da grande mangerà tutta la tua famiglia; un bambino nato coi piedi, significa che dominerà la terra e quindi sovvertirà le gerarchie del villaggio; un bambino che soprravviive alla morte della madre, significa che ha già consumato la sua prima vittima… Ancora una volta sono i più deboli e i più indifesi le prime vittime dell’ignoranza, della superstizione e della miseria.

A volte, una madre, una zia, una nonna si ribella a questo stato di cose e anche se sa che la vita di quel bimbo non potrà mai essere nel suo villaggio natìo, per pietà decide di salvarlo, e lo porta alle suore cattoliche a Djougou. Queste suore dell’ordine di Notre Dame des Apotres, oltre a tenere corsi di alfabetizzazione nei villaggi e sostegno materiale alle donne, tengono presso di loro un piccolo “orfanotrofio per infanti”. Qui le zie, o nonne si occupano dello svezzamento di queste piccole creature. Con il Comitato d’Amicizia di Faenza che le sostiene economicamente da decenni, c’è un rapporto continuo di stima per queste suore che operano in condizioni davvero avverse, infatti Djougou è una vera e propria enclave mussualmana (circa il 95% della popolazione dice di professarla, in realtà si tratta di un sincretismo mal riuscito tra islam e animismo, dove a soffrirne di più è sicuramente la condizione femminile.)   

La Maison de la Joie a Ouidah, ospitando parecchie bambine nate dalle parti di Djougou, ed alcune essendo bambine maledette, decise   anni fa, nei loro tours di turismo responsabile, di presentare ai vari turisti e viaggiatori solidali, anche questo aspetto del Benin. Infatti turismo responsabile per noi significa mostrare certo le cose belle di un paese, ma far conoscere e vivere in prima persona  aspetti e problematiche di quel paese  per contribuire a migliorarle, questo per noi è una vacanza intelligiente, se torni con il tuo bagaglio esperienziale e personale arricchito nel cuore  e nello spirito. Nei nostri viaggi è quindi prevista una sosta per incontrare qualcuna di queste suore , mostrare il piccolo orfanotrofio e consocere qualcuno dei piccoli infanti ospitati in quel periodo. E’ un modo di toccare con mano la realtà e le condizioni di vita di donne e bambini; rompendo il muro del silenzio è una piccola condivisione, è un momento di crescita e di impegno sociale. Le zie, le nonne sapranno così che non sono sole in questa loro impari battaglia contro la superstizione.

Una ong locale che ha studiato il fenomeno, ammette che la percentuale dei bambini uccisi, perchè nati nelle condizioni cui accennavo sopra,  è altissima, e fino ad ora non c’è stato verso di riuscire a convincere i saggi e gli anziani dei villaggi. Troppa è la paura della stregoneria, e in Benin tale pratica è veramente praticata e temuta fin nei ministeri del governo, tra gente istruita e globalizzata, figuriamoci tra povera gente analfabeta.

 Il percorso sarà ancora lungo, molti bambini moriranno ancora nei prossimi anni, ma l’Africa è capace sempre di stupirci e di darci forza e speranza. E’ per questo che ho messo la foto di Clemence, una ragazza della Maison de la Joie, che tiene in braccio un bimbo e lo alza al cielo….  la speranza sono loro : le giovani donne di questo continente, è per questo che, in questa logica  allora anche una piccola cosa come il progetto della Maison de la Joie a Ouidah, diventa importante e fondamentale.

Chi volesse partecipare ad agosto ad un’esperienza di viaggio, a momenti di condivisione, a qualche settimana di volontariato a Ouidah , chi volesse aprire un’adozione a distanza può contattarmi per mail (flavio.nadiani@alice.it) , o per telefono (0546 668164).

       

Kate: chi è stato , perche’? Volontaria americana uccisa in Benin

kate puzey.jpgTutti a Bajoiuè, ma non solo, tutto il Nord, ma non solo tutto,  il Benin, ma non solo,  tutta questa zona del  Continente si interroga sulla morte assurda di questa giovane volontaria americana , dei Peace Corps Volunteer. Tutti si interrogano su chi può aver avuto il coraggio di scatenare una violenza simile su una creatura tanto mite e indifesa. Kate amava, l’Africa, Kate viveva per il Benin. Dalle pagine del suo blog che aggiornava quasi quotidianamente, traspira un’amore senza fine per la “sua” gente; la gente poverissima dei villaggi del nord Benin. Kate, lottava per migliorare la qualità della vita della gente di Bajoudè, un piccolo villaggio ai confini con il Togo settentrionale, praticamente un buco in questo sterminato territorio chiamata fascia subsahariana. Kate aveva tanti amici: dai piccoli che aiutava a lavare e a controllarne la salute, alle ragazze che venivano a confidarsi da lei; alle donne giovani già sposate e quelle più anziane, che venivano a chiedere un consiglio da lei, così giovane, ma così buona e pronta ad aiutare tutti. Tra le migliaia di persone che ha incontrato c’era il suo assassino, magari un ragazzo che si è montato la testa per quella yovo. Le indagini sono ancora in corso, e parlano di un’arresto, eseguito in silenzio senza clamore, per evitare la giustizia sommaria della povera gente ancora sconvolta. Kate era una di loro, era la loro risorsa, la loro bandiera, chi ha ucciso i sogni di questa ragazza, e ne ha deturpato il corpo in segno di sfregio, ha anche  ucciso i sogni degli abitanti di Bajoudè. Tutto il Benin si mette in ginocchio e prega ognuno coi suoi riti alla grande anima di questa fanciulla, che ha voluto condividere la vita e la morte nella nostra terra africana. Grazie Kate, per averci insegnato ad essere umili; per averci ricordato che ci sono ancora tanti giovani come te, animati da un grande spirito che soffia bontà e che genera quello per cui tu eri li’: la pace.

Riposa in pace, e so che i tuoi genitori non odieranno il Benin e l’Africa per avergli portato via l’unica figlia, ma anzi ameranno ancora di più gli amici, i bimbi, le donne, la gente del villaggio per cui Kate ha lasciato la sua giovane vita.

L’Africa è capace di tante cose meravigliose, ma può essere terribile a volte e metterci davanti a queste prove tremende. Ragazzi non lasciamo solo il Benin, non lasciamo soli il nord.

Vi lascio il link  che riporta direttamente al suo blog che aggiornava appena poteva andare al cyber point; per chi conosce un pò l’inglese, può capire quanto amore aveva questa ragazza per la gente del suo villaggio, e per il Benin.

Riposa in pace Kate, e grazie.

http://beinginbenin.blogspot.com/