I Tata Somba, i castellani d’Africa

Benin Togo viaggio solidale La Maison de la Joie a Ouidah 285.jpgBenin Togo viaggio solidale La Maison de la Joie a Ouidah 306.jpgBenin Togo viaggio solidale La Maison de la Joie a Ouidah 324.jpg UNA  NOTTE AI  TATA SOMBA

 

      Arrivo a Kossokoingou, nord Benin, verso il tardo pomeriggio. Il taxi brousse che mi ha depositato, in una nuvola di polvere , si allontana velocemente. Ho ancora l’eco delle risate  degli occupanti , tutti paysans della brousse che porta a Boukombè, quando ho detto loro che avrei dormito dentro ad una tata. La tata è l’abitazione di questa magnifica etnia: i betamarribè, chiamati anche comunemente Tata Somba, anche se la parola somba, ha un qualcosa di dispregiativo e non suona bene alle loro orecchie;  loro si  definiscono  abitanti del paese Otamarri’. Questa abitazione è unica nel suo genere in tutto il continente africano, è costruito  in “banco’”, ovvero con  terra, fango e sterco di vacca, come quelle dei masai, ma a differenza di questi ultimi, è a più piani e a forma di fortino. I Betamarribè, vengono chiamati i “castellani” dell’Africa, perché architetturalmente,  davvero l’abitazione è un piccolo castello.  Come dappertutto, anche qui la globalizzazione ha prodotto danni culturali, notevoli; i giovani si vergognano di abitare nelle case tradizionali, e preferiscono costruirsi una casetta in “dure” (terra con un po’ di cemento), con la lamiera come tetto; in pochi anni un patrimonio culturale architettonico di secoli, è stato spazzato via.  Fortunatamente qualcuno è orgoglioso di abitarci ancora, e il seme della tradizione non è andato totalmente perduto. A Kossokoingou, un gruppo di giovani motivati e aiutati da un’associazione beninese di turismo responsabile, si è associato in un  gruppo, chiamato  La Perl de l’Atakora, per cercare di fermare questa deriva culturale. E’ cercando nuove mete e proposte per i miei viaggi di turismo responsabile, che mi sono imbattuto la prima volta , alcuni anni fa., in questo gruppo di ragazzi, e li ho spronati a continuare.  Il progetto, da allora è andato avanti, ed oggi  è veramente possibile per chiunque, provare l’ebbrezza di vivere e dormire dentro ad una tata.

 

  Ma come è fatta una Tata?   Ho già detto che dall’esterno assomiglia ad un piccolo fortino in fango,  avvicinandoci, vediamo  l’entrata chiusa da una porta in legno. Sopra alla porta possiamo ammirare i feticci, messi a protezione delle persone e degli animali domestici. Vicino alla porta, si può notare un’altarino, dove vengono fatti sacrifici per propiziare una buona caccia. Alle pareti esterne, vengono ripresi i segni tribali, che questa popolazione porta sul viso e sul corpo. Questi segni possono variare da famiglia a famiglia e da villaggio a villaggio. Le persone quindi si identificano con la loro casa,  grazie a questi segni sono una cosa sola. Mi chiedo che senso potrà avere un domani che non esisteranno più queste costruzioni, le loro cicatrici razziali, sicuramente saranno più  deboli culturalmente  e facilmente manipolabili. Appena entrati, si può notare il colore nero di tutte le pareti e dei  bastoni e assi, che formano  la struttura. Il padrone di casa, ha opportunatamente affumicato tutto il legno, in modo che le termiti non abbiano facile gioco. Non solo questo rito di affumicare, è ben presente, ogni mattina presto, e serve a scacciare gli insetti e le zanzare,  ben presenti specialmente nella stagione piovosa.  Di norma a destra c’è il “tavolo” in muratura, ricavato dalla costruzione, che serve alle donne per rendere in polvere gli ingredienti delle piante per produrre la salsa; è in pratica la cucina. Di fronte, ma in basso,  a sinistra  per chi entra, c’è una piccola cavità: è il pollaio. A questo punto la stanza al pianterreno viene divisa da un muretto a mezza altezza, in questa ala della costruzione vi dormono gli altri animali  : capre e  vacche. C’è anche una specie di letto in muratura scolpito, che  può servire per la persona incaricata a vegliare sul bestiame. In fondo vi è la scaletta: questa può essere in muratura scolpita, oppure può essere un grosso e nodoso ramo, oppure un piccolo tronco intagliato: di qui si sale al piano superiore  .

 

Al primo piano di questa fantastica costruzione abbiamo: le camere per:   il capofamiglia, la prima  moglie  e i figli. Essendo praticata la poligamia, le altre mogli coi loro  figli, abitano in capanne normali annesse alla tata. Queste camere dunque possono essere in tutto al massimo  3 o 4   capanne piccole, disposte più o meno ai lati del “castello”. Al quarto lato vi è il granaio, costruito quindi dentro alla casa e non esteriormente come in tutti i villaggi dell’Africa. Il granaio rimane vicino alla camera del capofamiglia, simbolicamente guardiano della “cassa” di famiglia. La tradizione voleva che i figli crescendo e mettendo su famiglia, dalla terrazza della tata, lanciassero  una pietra, dove si posava, lì avrebbero costruito la loro abitazione, previo sacrifici agli dei ed agli antenati. Ora i giovani, emigrano in città, non se la sentono più di abitare nelle case tradizionali,e lasciano i campi incolti, alla ricerca di un futuro improbabile, ma con la certezza di avere perso per sempre la loro storia e le loro radici.  Gli anziani che incontro in questo villaggio, sono orgogliosi delle loro case, e non tutti voglio i “taburé” (i bianchi), nelle loro case, atri invece  sono contenti, e si fermano vicino a te  a fumare la pipa, e ti parlano con gli occhi che emanano un senso di tranquillità e di sicurezza a noi occidentali sconosciuti: “Taburé, sei qui mio ospite, va tutto bene, riposati, rifocillati  riprendi le forze per continuare il viaggio.”

 

Una stuoina sarà il mio materasso per la notte,  un  “ventaglio”di foglie secche e intreciate fra di loro, legato alla struttura con una piccola liana , sarà la finestra della mia cameretta.

 

Immerso nella foresta tropicale, ascolto gli uccelli notturni, intenti a richiamarsi,  le ultime voci dei bimbi in lontananza, poi spengo la mia lanterna a karitè e mi addormento sereno, immerso nella natura….   Per chi vuol condividere una notte con noi nel paese Otammarì:   http://www.webalice.it/flavio.nadiani La Maison de la Joie a Ouidah

Il cristianesimo celeste: una religione nata in Benin

 

 

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Il cristianesimo celeste cos’è?

Wikipedia la spiega così: “La Chiesa dei Cristiani Celesti (Ijo Mimo ti Kristi lati Orun wa, in yoruba e A Gun Wiwe Olon Ton in fongbè) è una fede sincretica africana nata di recente. È stata fondata a Porto Novo (Benin) nel 1947 da un falegname yoruba, “Samuel Oshoffa”. Questi, in seguito a una visione, fu capace di effettuare miracoli. Stabilitosi poi in Nigeria (Ikeja, Lagos) il movimento si è diffusi rapidamente e con grande successo in tutta l’Africa occidentale.
Ha assorbito vari elementi della liturgia cristiana protestante come i canti, le preghiere e le letture dei passi biblici, in particolare del Vecchio Testamento. Nello stesso tempo, ha assunto pratiche vodoun, come la danza al ritmo dei tamburi, la trance e il pasto comune alla fine della cerimonia. Durante la possessione gli adepti ricevono il dono della profezia e comunicano, spesso in lingue sconosciute, messaggi ai sacerdoti. Avvengono anche guarigioni di fedeli ammalati con aspersioni di acqua santa che scaccia gli spiriti maligni tra cui Satana.”

Più o meno  a tutti  quelli che sono venuti in Benin, sarà capitato di incontrare gruppi vestiti di bianco, che camminano a piedi nudi e che glorificano Dio con i loro canti e danze anche ai bordi delle strade: sono gli adepti della religione del Cristianesimo Celeste, e che si differenziano dai seguaci vudu’ (anche loro vestiti di bianco), in quanto privi di monili, bracciali, collane;  e soprattutto di  donne indossanti abiti e cuffie da fine secolo 800 . La “Chiesa Celeste”  è il vero trait d’union, tra il  nostro cristianesimo e la religione vudu’. Infatti a letture bibliche, funzioni religiose in quasi del tutto simili alle nostre messe, aggiunge pure elementi tipici del vudu’: le previsioni, la guarigione dei malati, lo stato di trance degli adepti. E’ specialmente il grande utilizzo di “veggenti e visionari” per  guarigioni miracolose nel corpo e nello spirito, che rendono  questa religione così popolare sia in Benin che oltre confine e soprattutto oltre oceano. E’ infatti ben radicata anche in Sudamerica e negli Sati Uniti, terra quest’ultima che invece esporta le sue “sette” in questa zona d’Africa.

In Benin possiamo trovare di tutto: Testimoni di Geova, Chiese del Settimo Giorno, Pentecostali, Avventisti, e qui dico solo le più importanti, ma il Cristianesimo Celeste ha, negli ultimi anni, conosciuto un proselitismo ben maggiore: solo in Benin vengono riconosciute più di 2500 parrocchie e ben presto altre se ne apriranno. Del resto essendo una religione “africana” ed avendo la stessa filosofia del vudu’ (ovvero è il veggente che ti dice come guarire e quali sacrifici fare per purificarti e avere la pace interiore), è  sicuramente più facile accoglierne il significato immediato; del resto questa religione è assai molto indulgente rispetto alla pratica della poligamia, permette una scalata gerarchica all’interno della Chiesa, promette giorni migliori sia qui sulla Terra che nell’aldilà, per non parlare degli stati di trance. Questo adattarsi meglio alle “credenze e abitudini” locali, fa sì che abbia un maggiore successo , e questa Chiesa è già talmente cresciuta, che come ogni grande  religione conosce già le divisioni, e pronta quindi già a separarsi in vari tronconi, e ulteriori sette.

Come ogni  buona religione e setta, l’obolo, l’offerta è il nucleo principale a cui ruota tutto il movimento,  e in questo il Cristianesimo Celeste non ha niente da insegnare da nessuno. L’offerta viene portata all’altare e accettata dal sacerdote con grandi canti e danze:  “quando tu ti sottrai all’offerta, tu pecchi fortemente, e se non vuoi avere questo fardello sulle spalle occorre che tu benedica la tua vita con una grande offerta.”, recita un salmo.

Per saperne di più: “L’Eglise du Christianisme Celeste”, Albert de Surgy, Karthala.

htt://www.webalice.it/flavio.nadiani       La Maison de la Joie a Ouidah – turismo responsabile in Benin