Omaggio a Sankara

 

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i giovani  idealisti di oggi amano portare  le t-shirt del “Che”, ma non sanno nulla di Thomas Sankara, giovane rivoluzionario, morto in nome della libertà economica e della giustizia sociale dell’Africa. Ancora oggi a tutti i giovani  africani, vengono i brividi quando sentono il suo nome. Il sacrificio ne ha fatto un mito, chi lo ha “ucciso” politicamente lo ha definito: ” morto troppo giovane per sbagliare” . Eppure non hanno potuto impedire che  questo gigante politico, ricco in umiltà e amore per il suo popolo, sia diventato un mito e una bandiera.Qui metto alcuni brani salienti della sua vita tratti da alcuni scritti di Carlo Batà,  e ripresi dal sito dell’UTA, uniti per Tanguietà. Lo faccio questo perchè i giovani riscoprano quesi 4 anni di gioverno esaltanti per il Burkina Faso, ma che sono stati e lo sono ancora, stimolo ed esempio per tutti i democratici africani. Inutile dire che dall’altra parte c’eravamo noi con il FMI, la Banca Mondiale, e la nostra cooperazione allo sviluppo dedita alla vendita di armi.

 Sankara e il sogno africano

La storia di un’esperienza rivoluzionaria in uno dei Paesi più poveri dell’Africa: il Burkina Faso. Una rivoluzione senz’armi fatta di coraggio e speranza, imboccando una via autonoma di sviluppo osteggiata sistematicamente
da Banca Mondiale e FMI.

Presidente per quattro anni del Burkina Faso, alla ricerca del riscatto per un intero continente.
“L’Africa agli africani!”, urlava a un mondo sordo Thomas Sankara alla metà degli anni Ottanta. La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali. Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne Burkina Faso, che in due lingue locali, il moré e il dioula, significa “Paese degli uomini integri”. Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto. Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri.

Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere

  • una vecchia Renault 5,
  • libri,
  • una moto,
  • quattro biciclette,
  • due chitarre,
  • mobili
  • e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.

“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”. Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli. E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese. Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vive re all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi.

Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15% – e per fornire cure mediche ai malati, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo. L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che l’acqua finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.

Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali. Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali? Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto 38 anni, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente. Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.

In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale: “Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

Ecco così spiegato l’impulso dato al Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani. Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato: “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.

Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il disarmo, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente. L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute. A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è una malattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo. “Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.

Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di unione di tutti gli Stati (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale: “Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra per mancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.

Primo passo era la fine dell’apartheid in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand: “Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’apartheid. Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.

Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto: “Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.

I pescatori di Ouidah

 

 

     I PESCATORI DI OUIDAH

La guida della Lonely Planet, presenta così nella sua introduzione, il Benin:

 “I villaggi di pescatori costruiti su palafitte nella laguna di Porto Novo in Benin sono uno dei luoghi più interessanti dell’Africa occidentale…”,

 si riferisce a quella miriade di piccoli villaggi di umili pescatori sulla fascia costiera, che va da Port Novo, passando per Ouidah ed arrivando fino a Guezzin, vicino al Togo.

Come al solito, la realtà è molto meno romantica, e la poesia diventa prosa: Ganviè il villaggio più grosso (la Venezia d’Africa), non vive più di pesca, bensì i 3/4 della sua popolazione vivono ormai del contrabbando di carburanti. La vita dei pescatori, è la più pericolosa e più umile delle attività in Benin. Quando la pesca non viene effettuata sulla laguna, ci si sposta sull’Oceano e lì i pericoli aumentano, la raccolta invece è sempre avara. Il Benin poi, avendo svenduto già tutti i suoi tesori, privatizzando l’acqua e l’energia a multinazionali straniere, ha pensato bene di cedere l’uso delle coste ai cinesi, i quali pescano con peschereggi muniti di reti a strascico, distruggendo tutto quello che trovano. A tuto questo è seguita una certa reazione della popolazione locale, con manifestazioni e proteste, ed il governo ha dovuto limitare la concessione ai cinesi a 3 giorni della settimana.

Altro importante problema che mette a repentaglio il futuro di questa povera gente, è la costruzionie di alberghi, nel quartiere di Fidjerussè , il quartiere “in”, per farne un’improbabile “Rimini tropicale”,  e quindi la simultanea “sparizione” di interi villaggi di povera gentei, costretti a traslocare in breve tempo, dopo  che da secoli erano presenti nel luogo. Quindi quella dei  pescatori di Ouidah, è una classe sociale destinata a sparire con il tempo o a modificarsi in chissa’ cosa e forse non basteranno stavolta  nemmeno i sacrifici ai vudu’ che governano le acque; il cambiamento epocale sarà silenzioso eppure non sarà indolore.

A chi arriva sulla spiaggia, vicino alla Porta del Non Ritorno, capiterà di vedere le grandi piroghe ancorate alla riva, a volte con ancora le reti; ma se ci si viene di buon mattino, vedrete intere comunità, tirare dalla riva le reti, gettate la sera prima nell’oceano. Poi dopo ore di lotta, dividersi il magro bottino, che servirà sia per sfamarsi che per  vendere al mercato. Il pesce verrà venduto fresco oppure affumicato e arriverà sulle tavole a un prezzo triplicato, ma di questo non ne beneficeranno i pescatori, ma solo i commercianti.

I pescatori nonostante tutti questi problemi e il loro futuro incerto , si godono il rumore delle onde, si accendono i falo’ nella notte, accanto alle capanne di foglie,di frasche e di canne, puliscono e cuciono le  loro reti, in un rito immutabile da secoli, e aspettano pazienti che arrivi la luce e il momento di salpare con la piroga. Bonne chanche mes amis….

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Un pozzo di nome Silvana …in Africa

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UN POZZO CHIAMATO SILVANA NELLA

SAVANA E ULTIME DALLA MAISON DE LA

JOIE A OUIDAH

  E dopo l’epifania che tutte le feste si porta via, è tempo di bilanci anche alla maison de la joie. Come, ogni volta che vado giù, accanto a visi noti di bimbi, ne ho trovati dei nuovi, sempre dolcissimi e pronti a correrti in braccio. “..mais qui es-tu, comment tu t’appelle ? » , è la classica mia domanda, cui mi risponde una vocina in  yom (dialetto del nord) , e capisco che ancora una volta la sig.ra Houedè Bustine (la nostra responsabile della casa-famiglia) si è  messa la mano sul cuore, ed ha accolto un altro bimbo  bisognoso e  o  in pericolo.Grazie a Carlo e a Tiziana la maison finalmente è imbiancata internamente, rendendo ora veramente la nostra casa bella ed accogliente, anche per il turista responsabile più esigente;  i pannelli solari, grazie a Cesare e Patrizia, sono montati sul terrazzone, e sebbene vadano ancora a singhiozzo,  sono per noi, piccola ong a carattere familiare, una bella conquista. Al Nord, e precisamente a Afatah, i turisti e i volontari hanno potuto constatare la miseria estrema di questo villaggio, veramente sperduto nella savana e bisognoso d’acqua. Il giorno stesso che la turista, Simona,  che testardamente si è imposta di costruire qui un pozzo, è arrivata al villaggio, ha ricevuto la telefonata che sua nipote è nata, (il pozzo è un regalo di battesimo). La straordinaria  e commovente coincidenza  , ha fatto sì che la gente del villaggio saputa la cosa ha dedicato la prima pietra, del luogo dove si farà lo scavo, alla bimba, e così il pozzo si chiamerà Silvana,; la bimba sarà battezzata  invece Silvana Afatah (il nome del villaggio). Migliori auspici non potevano esserci,  ora se volete aiutarci e contribuire anche voi a quest’opera  d’amore , contattatemi, anche per offerte minime; infatti i soldi non sono ancora stati raccolti tutti, ma abbiamo fiducia nella bontà delle persone e nella provvidenza.

 

In Benin  attualmente c’è caldo (umidissimo al sud, afoso al nord, anche se di notte si dorme bene), tanto caldo che crescerà fino a marzo/aprile, quando finalmente potremo iniziare i lavori di questo pozzo. C’è polvere nelle piste, polvere che ti entra nella gola e te la rende riarsa, come turisti ce la possiamo cavare con qualche birra fresca, fermandoci in un qualche maqui, ma noi siamo “yovo” (bianchi in lingua fon), e ce lo possiamo permettere…..Questo viaggio mi lascia anche qualche spina e qualche amarezza:  la nostra responsabile malata da ormai 15 gg, e la casa sottosopra, sebbene i bimbi siano molto responsabili per la loro età; amarezza per qualche malinteso con volontari e turisti , che non capiscono quante energie e quanti fondi servono per mandare avanti la baracca, sembra strano ma le bollette di acqua e luce giù in Benin, sono le stesse che qui in Italia, ma le entrate che abbiamo noi sono veramente limitate, e dipendono in gran parte dal flusso dei turisti, dalle offerte dei benefattori e da qualche adozione a distanza. Tremo all’idea che anche una sola di queste voci non siano più in bilancio, perché saremmo veramente costretti a dare forfait. Eppure la Provvidenza continua a darci la sua fiducia, così come speriamo i tanti amici  che ci danno una mano e le tante persone che sono passate di qui  ci stiano ancora vicino e facciano ancora un po’ di strada con noi.

 

Anche quest’anno con la festa del vudu’ si chiude un’anno e se ne apre uno nuovo, speriamo che la capretta che il Dangbo (il pontefice),  ha sacrificato,  abbia versato il sangue giusto e che gli antenati abbiano gradito  il sacrificio, per l’augurio di un’anno di pace e prosperità,  che ce n’è veramente bisogno.