O la borsa o la vita: investite in arachidi

1808073639.jpgUna volta i briganti gridavano: “o la borsa o la vita”, oggi che a  vedere e sentire i telegiornali e i giornali radio, siamo diventati un paese di giocatori in borsa, potremmo avere la “vita in borsa”. Ricordo la prima  volta che partii come volontario in Benin, era nel 1990, e gli altri veterani scherzavano sulle possibilità economiche di questo paese  appena uscito dal marxismo dicendo che gran parte delle banche era in fallimento. Beh, ora che nel paese più ricco al mondo “quasi tutte le banche sono sull’orlo del fallimento”, viene da sorridere anche a me. Il fallimento del capitalismo pareggia i conti con il fallimento del marxismo, e solo chi è miope o è “interessato” può negarlo.

E’ in atto in questi mesi, una guerra silenziosa, uno “sterminio per fame”, che non interessa nessuno. Il crescente aumento dei prezzi delle derrate alimentari di base come il miglio e il sorgo ha fatto sì che da due pasti quotidiani, la famiglia africana della fascia del Saehl  abbia ridotto ad un solo pasto quotidiano la sua miseria razione. I bambini al di sotto dei 5 anni di età, già deboli dalla nascita, hanno ben poche speranze di combattere contro malattie quali la malaria, la diarrea, la polmonite, il morbillo, la rosolia. Si calcola che il 25% di questi bambini non ce la farà. Il 50% delle madri della fascia sub-sahariana deve provvedere ai bisogni di una famiglia numerosa con meno di un dollaro al giorno, la lotta è impari. Padre Fiorenzo Priuli, già dai mesi scorsi, in un colloquio di pochi minuti a Tanguietà, ce l’aveva anticipato, stanno ritornando problemi, come quello della malnutrizione dei bimbi,  in zone che sembravano debellati da tempo. La lotta sembra impari, la speranza sembra venire da una pianta banale eppure preziosa: vi ricordate le famose” spagnolette” di Superpippo?. Ebbene sì, la salvezza sembra venire da una pasta altamente nutritiva a base di arachidi. Le organizzazioni mondiali si stanno attrezzando per poter arrivare in tempo….temo, ma io sono molto acido, ma la realtà spesso supera la fantasia, che il prezzo delle arachidi lieviterà di parecchio nei prossimi mesi. Ai bastardi senza cuore,  consiglio di “comprare, comprare“. Saranno loro infatti gli unici che si interesseranno di questo problema: non certo i politici che si muovono secondo sondaggio e non secondo coscienza; non certo i”keynesiani” che sanno come le crisi di surplus si risolvano con creare servizi: purtroppo negli ultimi decenni questi “servizi” sono solo a sfondo bellico…; non certo i capi religiosi, a proposito il rappresentante di Cristo che festeggia il proprio compleanno a “uascinton” a casa dell’Erode amerikano, ci fa capire quali tempi tristi ci aspettano. Occorre lavorare, ripartire dal basso, dalla gente, dai volontari in prima linea, io credo ancora nel cambiamento; credo ancora nell’uomo, nonostante tutto credo che Dio creda ancora in me.          

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Venite tutti alla celebrazione mondiale della religione vudu’

10 gennaio: alla spiaggia di Ouidah la celebrazione  mondiale della  religione vudu’, un’esperienza da vivere
Fin dal mattino un fiume di gente si rovescia per la strade di Ouidah, dai vicoli  e dai quartieri bassi, si dirigono verso il quartiere brasiliano (fondato dai primi schiavi deportati in Brasile liberati e ritornati qui), per poi raggiungere la laguna e infine la spiaggia. Donne con abiti variopinti e sgarcianti, oppure sacerdotesse tutte vestite di bianco; alcune portano attaccate alle vesti due bamboline, segno di appartenenza al  culto dei gemelli, oppure madri sfortunate cui hanno perso i figli.
Gli zemijan (moto-taxi), lavorano incessantemente per portare gente sulla spiaggia di Ouidah. Pulmini pieni all’inverosimile di gruppi di fedeli, con targhe del Ghana e del Togo, fanno capire l’importanza dell’evento. Da anni, in questo giorno, facciamo i sei chilometri che ci separano da casa nostra alla spiaggia a piedi, sia per evitare l’ingorgo, sia per gustarci ogni scena. Ogni gruppo di cerimonia è rinoscibile per lo stesso  colore del pagne (tessuto da cui si ricavano abiti ) ;  i sacerdoti e le sacerdotesse  li guidano intonando canti e nenie, cui ogni tanto danno origine a danze sfrenate, poi il cammino alla spiaggia continua. Il sole è ormai alto quando arriviamo alla spiaggia, ogni gruppo intona le proprie danze e le proprie preghiere, tamburi e altri strumenti in ogni dove, fedeli che si mescolano a turisti intenti a fotografare e a filmare ogni scena ai loro occhi interessante.Ogni tanto capannelli di gente si accalcano per l’arrivo di un re, di un dignitario, di una sacerdotessa famosa, tutto questo va avanti fino all’arrivo del “pontefice”, colui che per discendenza è la personalità massima a livello mondiale di questa religione. Abbiamo avuto, una volta l’onore di essere ricevuti in udienza privata, ci siamo lasciati con la promessa di incontrarci…chissà.
Intanto alcuni giovani adepti di un convento vudu’ stanno cadendo in trance; urla di donne simili a ululati fanno sì che la tensione sia al massimo. Poi è la volta del convento della “Foresta sacra”, gli adepti sono nudi e si sono spalmati sul corpo del caolino, l’effetto è veramente terrificante; intanto alcuni sacerdoti fanno  riti ,candonblè e celebrazioni in riva all’oceano. Nel piccolo tempio (una capanna bianca) che è sulla spiaggia (in altri momenti deserta), alcuni vecchi sacerdoti sono in ritiro spirituale all’interno, a noi bianchi è proibito soltanto l’avvicinarsi, non dico fotografare.E’ la festa del vudu’, che attira gente da ogni parte del mondo; tanti sono quelli venuti dal Brasile, e dalle isole caraibiche dell’Oltremare francese; alcuni   direttamente da Haiti, da alcuni anni i turisti sempre più numerosi sono tollerati .La folla ha un sussulto, sono arrivati gli Zangbetò, divinità che noi riconosciamo perchè simili a speci di pagliai, guai a lasciarsi toccare mentre danzano con piroette frenetiche, poi si fermano, due adepti lo alzano e lo rovesciano, dentro non c’è niente: gioco di prestigio, magia, fede, suggestione?, tutto ci passa nella testa. Poi è tutto un seguire di maschere Gheledè, di orfani che battono danzano i grandi tamburi “sato”; di “Ouro’ ” ( i revenant), i quali poi sfileranno fino a sera nelle strade di Ouidah.Chi ha partecipato a questa celebrazione una volta non la dimentica più, l’aspetto religioso supera di gran lunga il folklore….del resto chi è venuto una settimana prima a Ouidah, ha sentito nelle notti della vigilia, i gruppi di giovani iniziati vagare in trance nelle vie buie del nostro quartiere.
Ouidah città mitica, Ouidah culla del vudu’  vi aspetta…..
per info:
flavio.nadiani@alice.it

Dove gli italiani vincono: l’ospedale di Tanguietà.

 

 C’è un’ospedale in Benin ai confini con il Burkina Faso e vicino al Togo, dove dottori italiani si fanno onore, e ti fanno sentire l’orgoglio di essere italiani, se tutto questo può avere un senso….

 A loro comunque e a tutti quelii che condividono la sofferenza in Africa è dedicata questo video

Andrea è stato ospite di passaggio a Ouidah  quest’inverno, sono sicuro di fare un piacere a lui e a voi nel  presentarvi una parte del suo lavoro 

Questa è una slideshow fatta all’ospedale di Tanguieta Nord del Benin:

Alessandro e Federica volontari in luna di miele

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Vi presento Alessandro e Federica, si sono sposati oggi a Bologna. Lunedi mattina partiranno per una luna di miele di volontariato,  alla Maison de la Joie a Ouidah. Per tre settimane vivranno con i nostri bimbi, insegneranno loro un pò di italiano e un pò di inglese. Faranno un’esperienza di solidarietà e di condivisione che segnerà il loro cammino di nuova famiglia. Nel ringraziarli,  vi allego il documento che è stato letto durante la cerimonia nunziale:

 

UN VIAGGIO IN BENIN :            LA MAISON DE LA JOIE A OUIDAH  –

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                                                                                : Africa Benin il turismo responsabile myblog.it  )
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in Italia:    0546 668164
in Benin: 00229 971626- 95962312

Casa-famiglia per bambini ex schiavi  e per donne allontanate dal clan
familiare. Struttura inserita nel circuito del turismo responsabile per il
Benin e il Togo.

Spiegare come una casa privata possa diventare  un’ associazione no profit
e un’ong, lo si può spiegare solo conoscendo Justine Houedè, la
responsabile della nostra maison de la Joie.
Dal 12006  anno di costruzione dello stabile, che è stata data in comodato
gratuito a tempo illimitato ai coniugi Christian Yaya e Justine Houedè e ai
loro 5 figli , almeno una  ventina di donne  scacciate o allontanatesi
dalla loro casa, in quanto non accettavano che il marito mussulmano
divenuto  poligamo portasse a casa una nuova donna, hanno trovato rifugio
temporaneo in attesa del momento migliore per riprendere la loro strada.
Alcune sono rimaste (attualmente  ne sono presenti 5)  e lavorano nel
chioschetto  di igname pillè  (piatto tipico beninese) ,sulla strada tra
Cotonou e Lomè.
Poi è stata la volta delle ragazze-madri, (attualmente sono due),  quindi
ha trovato accoglienza anche una signora ammalatasi  di aids per colpa del
marito, e infine arriviamo ai bambini e  ai ragazzi.

Attualmente, oltre ai 5 figli naturali  di Justine e Christian  , ne sono
presenti altri 22. Le età variano dai 16 anni ai  4 mesi. La storia di
quasi tutti i bambini è a volte dolorosa e penosa,  vi ricordo solo che il
Benin è tristemente famoso per la piaga della vendita dei bambini, usati
poi come schiavi nei vari lavori: da domestici o nei mercati  I bambini
vengono ceduti per poco prezzo, a volte coscientemente e a volte i genitori
sono ingannati. C’era infatti in Benin la tradizione di affidare i figli ai
parenti più abbienti, per dar loro la possibilità di studiare, questa
usanza è degenerata in un vero e proprio mercato di piccoli schiavi. Alla
Maison de la Joie, tutti i bambini in età scolare vanno a scuola, grazie a
donazioni private, alcuni grazie ad adozioni a distanza, i più grazie
all’entrate dovute al turismo responsabile.  Nella struttura infatti ci
sono 10 camere doppie che vengono lasciate libere nei momenti di afflusso
dei turisti. La Maison collabora infatti con le più importanti agenzie e
associazioni  internazionali di turismo responsabile, questa nuova forma di
turismo che privilegia il contatto con i locali, il rispetto dell’ambiente
e delle culture che si vanno ad incontrare, piuttosto che il business vero
e proprio di un turismo di massa e  alberghiero.  Ospitiamo anche990417430.jpgvolontari, che uniscano buona volontà,  e che vogliano scoprire le bellezze
storico-culturali di uno dei più importanti regni africani dei secoli
scorsi.

IL VIAGGIO

 Il viaggio è organizzato da  T-ERRE  (www.t-erre.org)

Ouidah è stato uno dei maggiori porti di imbarco della tratta negriera
verso il Brasile, Haiti, Cuba. Il regno del Dahomey, il regno delle
temibili amazzoni, la Ouidah del Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin,
trtiste figura di negriero reso mitico nel  romanzo e figura realmente
vissuta qui dove i discendenti ne difendono la memoria. Ouidah culla della
religione vudu’, ma anche dei primi missionari cristiani e del cardinale
Gantin, unico prelato di colore a partecipare al Concilio Vaticano II, ed
oggi qui sepolto. Del resto la prima Basilica cristiana costruita in Africa
Occ., è proprio di fronte al Tempio del Pitone, animale adorato dai fedeli
vudu’, questo per suggellare quasi il sincretismo che si respira qui . E
poi Ganviè la Venezia d’Africa, etnia che vive su palafitte da tre secoli,
Port Novo, coi suoi musei e le sue case in stile portoghese; Abomey coi
suoi palazzi costruiti con il sangue dei nemici; le etnie al nord
rifugiatesi sulle montagne dell’Atakora, ieri per difendersi dai negrieri e oggi per
difendersi dalla globalizzazione.; i Tata Somba con le loro capanne a forma
di castello, uniche in tutta l’Africa, capanne in cui noi passeremo una
notte, nel silenzio della foresta e della savana. E tante altre cose ancora
come visita al mercato dei feticci ; giornate su spiaggie
deserte contornate di palme e di villaggi di pescatori
 Prossima partenza: 28/12 – 12/1  da Bologna  – max 6 persone
Soggiorno ed escursioni, assicurazione, pratiche burocratiche (visto),
materiale informativo sui 1100 euro + volo aereo.
  E’ obbligatoria la vaccinazione contro la febb
re gialla ,  consigliata la
profilassi antimalarica  (malarone) e i vaccini: antimeningite, epatite A e
B.
E’ necessario almeno un’incontro con il responsabile del gruppo che fungerà
da mediatore locale.

Per info:
Nadiani Flavio
 tel. 0546 668164  o.s
Email: flavio.nadiani@alice.it

Diario di un volontario alla Maison de la Joie

 

 Ho “rubato ” alcune pagine dal blog di Emanuele, volontario della Maison de la Joie; con ironia, ma anche con passione e matura condivisione, ci narra un pò delle gioie e dolori del Benin e della nostra maison. A lui va il grazie per questi mesi spesi a migliorare la nostra piccola associazione. Lo aspettiamo il prossimo anno come mediatore culturale.

Il gruppo di T-erre comincia muoversi, non aspettate troppo, potreste rimanere fuori ed ora buona visione1013984192.jpg  ; il ragazzo più alto e biondo è Emanuele

 

L’apparenza inganna

Comincio questo super aggiornamento (probabilmente anche l’ultimo) dall’incontro con un personaggio straordinario: padre Fiorenzo. Un missionario medico che sta qui tra Benin e Togo da quasi quarant’anni e che ha messo su l’ospedale San Giovanni di Dio di Tanguietà che col tempo è diventato riferimento per la popolazione del nord del Benin ma anche per quella dei paesi limitrofi. Nel brevissimo tempo che ha potuto dedicarci con estrema disponibilità (non aveva dormito che poche ore e usciva dal blocco operatorio dopo aver fatto un intervento ad un polmone) ci ha spiegato che la nostra idea di Togo evoluto e più ricco del Benin è falsa ed è dovuta al fatto che Lomè vive di rendita da alcuni progressi economici fatti durante l’epoca del colonialismo europeo e che, dopo le varie dittature che si sono succedute, tutto è andato perduto. Nel nord del Togo padre Fiorenzo ha creato la medesima struttura di Tanguietà, ma in Togo non c’è praticamente vita per quell’ospedale. Il Togo sta messo molto peggio del Benin che pure non sta bene.

A questo proposito devo dire che spesso io mi lascio prendere dall’entusiasmo e lo descrivo come un paese in condizioni non critiche. E’ vero che il Benin cammina, ma soprattutto nel nord la situazione sanitaria, per esempio, resta terribile ed è nascosta dai media. In questi giorni c’è il colera a Cotonou e 250 casi hanno allarmato il governo e i media, ma nessuno (a parte Fiorenzo) racconta delle centinaia di bambini che muoiono di malaria ogni stagione delle piogge o dell’AIDS in aumento a causa dela fatto che le città del nord sono crocevia naturale di commercio (e prostituzione) tra Benin, Mali, Niger, Nigeria, Burkina Faso e Togo.
La malaria resta il primo caso di morte dei bambini tra 0 e 5 anni. Il nord non ha elettricità e il blocco operatorio dove Fiorenzo e un’altra dozzina di colleghi fanno l’impossibile consuma da solo 120 Kw, si va avanti coi gruppi elettrogeni dunque, ma anche il carburante costa.
Fiorenzo però è uno di quelli che ci crede sempre e comunque e la serenità che trasmette anche in pochi minuti è eccezionale. Purtroppo qui la sanità si paga e anche se l’ospedale di Fiorenzo riesce ad avere un terzo delle sue entrate dai pazienti, resta il problema che si lavora costantemente in perdita, anche di risorse umane. Sono pochi, infatti, i medici locali che finita la specializzazione all’ospedale decidono di restare, per la maggior parte vanno all’estero (Francia di solito) oppure nella capitale dove le condizioni lavorative sono migliori e le prospettive di carriera allettanti.
Inoltre anche chi viene formato in Europa ha poi difficoltà ad adattarsi ad un ospedale “di frontiera” dove le attrezzature non sono certo ultra-moderne e dove uno come Fiorenzo, che è chirurgo, deve coprire i ruoli più disparati fino alle visite ambulatoriali.

Di regine e di re, di villaggi sperduti e di notti da incubo

Se c’è una cosa che non manca in Africa sono le regine e i re. Nella toccata e fuga in Togo abbiamo conosciuto la regina di Agbdografo. Grazie alla nostra vicina di casa che è la nipote, abbiamo potuto apprezzare questa donna imponente dallo sguardo severo (mi ha ricordato nonna Angela) e dal contegno davvero regale. Il villaggio è stato poi una sorpresa inaspettata: l’antico Porto Seguro, in continuità con Ouidah, reca i segni ancora visibili dello schiavismo. Nel palazzo della regina (non troppo diverso da una normale abitazione) vi sono alcune catene originali usate per legare gli schiavi, due cannoni evidentemente dati in cambio della merce umana e due enormi vasi di metallo in cui veniva preparato il sapone per una compagnia la cui sede era a Marsiglia…vi dice nulla?
Addentrandosi nel villaggio si scopre poi una casa-magazzino dove venivano stipati gli schiavi sotto il pavimento di legno. Per entrare venivano fatti passare da piccoli archi nel basamento esterno della casa cosicchè erano costretti a strisciare. Sotto il pavimento, alto poco più di un metro, non era possibile stare in altra posizione che seduti o sdraiati.
Ciò che colpisce è che questa casa è rimasta tale e quale a come era nel 1835, senza alcun restauro.
Dal 2007 è diventata patrimonio dell’UNESCO dopo che un gruppo di pellegrini afroamericani statunitensi ha deciso di compiere un tour di un anno alla ricerca delle proprie radici. Ai visitatori viene permesso di scendere sotto il pavimento da una botola all’interno della casa…pensare che lì sotto venivano pressati fino a 100 schiavi (lo spazio non basta nemmeno per 20 persone) al buio, in mezzo alla polvere e ai topi è veramente impressionante.

Poi è stata la volta del nord del Benin dove per la seconda volta ho incontrato il re del popolo Taneka Coco e il vecchio saggio con la pipa. Con quest’ultimo l’unico rimpianto è di non aver potuto stampare la foto che gli feci l’anno scorso coi figli, per regalargliela. Qualche problema col nugolo di bambini e ragazzini che per tutto il tragitto dal villaggio alla grotta sacra e ritorno non ha fatto altro che chiederci soldi e regali. Davvero troppo insistenti e se vogliamo anche questo è un segno dei tempi che cambiano, chissà quanto dureranno ancora i Taneka prima di trasformarsi nell’ennesimo popolo che fa il verso a se stesso per compiacere i turisti…

Altra tappa molto interessante (ma per me tragicomica) è stato il villaggio di Koussoukengou, per gli amici Koussou.
Lì abbiamo dormito una notte dentro le famose case Somba, sorta di castelli a due piani, alti due metri e mezzo, fatti di argilla e paglia con varie torrette rotonde a formare granai e camere. Entrare in queste ultime è come entrare in una bacinella coperta da un cono di paglia, il pavimento infatti è 30 cm più in basso dell’ingresso che a sua volta è un buco a livello del cortile esterno. Il cortile esterno su cui si affacciano le camere è come un terrazzo circolare. Il che significa che per entrare o uscire è necessario fare dei contorsionismi non indifferenti.
Non esistono ovviamente bagni salvo una grondaia nel cortile che scarica di sotto. La notte il padrone di casa dorme nell’ingresso al piano di sotto, con gli animali e chiude sia l’ingresso della casa che la porta che da sul cortile, morale: fino al mattino dopo non c’è modo di uscire.
In questo contesto di comodità insuperabile, diarrea e nausea sono compagni eccezionali a cui si può mescolare un tocco di tempesta notturna che non guasta mai. Passare dai 40 gradi di una cameretta angusta ai 25 dell’esterno battuto dalla pioggia, con in corso una crisi di cagotto e vomito è un’esperienza tra le più interessanti al mondo…
A ciò si aggiunga che per quanto il mio senso del pudore sia relativamente basso, chiunque passi all’esterno della casa intuisce facilmente cosa succede là sopra dato che il parapetto del cortile è alto mezzo metro, per non parlare del fatto che se in quel momento qualcuno dei compagni di viaggio mette la testa fuori dalla camera assiste a qualcosa di orrendo. Dimenticavo il clou: niente energia elettrica per cui dovevo compiere tutte queste peripezie con una torcia che attirava anche tutti gli insetti dell’Africa occidentale.
Ho imparato a bestemmiare in lingua ditammari…

NOTA: qualcuno ha detto che tutto ciò è stato causato dagli spiriti maligni inviati da Vero, perché a cena ho attaccato bottone con due studentesse francesi, molto carine che alloggiavano in un alberghetto poco distante dal villaggio. Tengo a sottolineare che l’unico motivo per cui ho parlato con delle ragazze francesi era per vedere se io sono in grado di reggere una conversazione con qualcuno che parla il francese D.O.C.
(e poi amore lo so che non saresti così cattiva da mandarmi tutte queste piaghe assieme…forse)

Menzioni speciali

La visita a Barei, delizioso villaggio yom in cui riposano le radici di Christian. Per lui non è stata una visita come le altre, aveva una luce diversa negli occhi e la voce emozionata, tutta la sua famiglia viene da lì. Abbiamo visto la casa dei genitori e quella del capostipite con dentro le tombe degli antenati. In quel villaggio ha giocato studiato ed è diventato grande coi suoi fratelli. Un codazzo di bambini ci ha poi seguito dal mercato fino a casa sua dove li abbiamo fatti giocare nonostante la loro palese poca abitudine ai giochi di gruppo.
E poi il racconto di come suo nonno, musulmano, affidò l’istruzione di suo padre ai missionari cattolici, motivo per cui anche Christian è cattolico, una cosa per me davvero sorprendente se rapportato a quei tempi.
E poi i saluti tradizionali, le genuflessioni, gli “eeeh” rimpallati dal giovane al vecchio e viceversa e poi l’incontro col re di Barei, un simpatico signore dall’ottimo francese che ha lasciato il suo lavoro di funzionario quando l’oracolo lo ha designato come successore al trono. Perché qui le successioni dipendono più dal fato che dalla discendenza.

Lawa

A volte quando leggete un libro non avreste voglia di conoscerne l’autore? Io sì. E nell’ultimo libro di Marco Aime che ho letto figura un altro autore: Toku Lawa. Sapevo dal libro che sta a Natitingou e allora perché non cercarlo?
Non è stato difficile trovarlo e nemmeno innamorarsi del suo sguardo vispo. Lui ha una botteguccia di anticaglie e artigianato e parlando abbiamo scoperto che è del villaggio di Christian e che addirittura ha allevato un suo fratello.
Fattigli i complimenti per le sue storie, contenute nel libro, sono entrato a dare un’occhiata nella sua bottega e tra tutti gli oggetti che c’erano l’ho vista: vecchia e impolverata, ma bellissima nella sua semplicità. Una spada.
E’ stato amore a prima vista, anche se ancora non so come me la porterò in Italia.

Aggiornamenti dell’ultim’ora e saluti

A Djougou abbiamo incontrato Samilia, dovrebbe rientrare Ouidah domani, ma non ci crederò finchè non la vedrò qui.