in Benin con Viaggi e Miraggi

Salut Iovo, appunti dal Benin


Scritto da Michela Lombardi   
 
I
 
 

Si apre il portellone del volo Air France e come sempre dopo il lento fluire umano dopo l’atterraggio, inaliamo l’aria di Cotonou. Un caldo torrido ed umidiccio ci accoglie. All’ufficio passaporti il funzionario mi chiede sottovoce un piccolo cadeau per lui…cacchio ci siamo, eccoci in Africa !!
Justine e Cristian ci attendono con un pannello colorato con su scritto ViaggieMiraggi, baci abbracci, dare corpo ai nomi con cui si collabora è sempre un’emozione nuova. Inizia la traversata   della costa sud in direzione di Ouidah, è buio la strada sconnessa, assaporiamo il caotico traffico serale di Cotonou. Attraversiamo periferie tutte uguali senza discontinuità di sorte, la città ci appare subito come una metropoli caotica ed inquinata. Si rileverà  nel corso del viaggio ricca di umanità.

I primi giorni scorrono tranquilli presso la Maison de la Joie. I bambini che la abitano non fanno fatica a prendere confidenza con noi, ci vengono incontro ci danno il benvenuto, ci sorridono e ci svelano la loro quotidianità. La Maison ospita bambini provenienti sopratutto dal Nord del Benin, genitori morti, madri scappate in Nigeria, padri sconosciuti…Nascere in Benin significa avere la consapevolezza che il tuo nucleo famigliare sarà qualcosa di variegato, diversificato e mutante. 

E’ incredibile il grado di autonomia che un bambino qui deve avere fin dall’età di 2 anni. Non ci sono compromessi, ne va della tua crescita e della tua stessa esistenza…devi cavartela, spazzare, cucinare,  trasportare l’acqua, andare a scuola, a messa, giocare…gli altri bambini saranno la tua casa, il tuo reciproco sostegno, la tua sicurezza di non essere solo al mondo.
Ci tuffiamo tra le onde del golfo di Guinea, l’acqua è calda e la corrente ti costringe a rotolarti quasi a riva tra le onde. Un gruppo di ragazzini ha scoperto un punto in cui la secca permette di toccare con i piedi e rimanere ancorati alla sabbia, li raggiungo e mi spingo al largo con loro.

Il Vodoo…ho sempre immaginato riti propiziatori legati alla fantomatica bambolina piena di aghi che trasmette improbabili dolori al destinatario di turno. Ma scopro che qui a Ouidah il vodoo è un modo di vivere e concepire la vita, gli spiriti sono ovunque e si rincarnano a ritmo di danze e tamburi. Non è raro imbattersi in cerimonie sacre che interi nuclei famigliari celebrano correndo ed urlando in abiti tradizionali per strada. Vietato immortalare…qui la questione è seria, niente foto niente riprese, gli spiriti potrebbero non gradire…e allora ci lasciamo andare ai sensi della vista e dell’udito.
Vivere in una casa africana è un viaggio nel viaggio. Scopro che dal terrazzino superiore della Maison potrei trascorrere ore a guardare cosa succede da basso. Mi incanto a seguire il corso delle faccende domestiche, delle innumerevoli azioni che contraddistinguono la quotidianità qui.

La Maison ha saputo reinventarsi oltre che come casa di accoglienza per bambini ed adolescenti in difficoltà e per turisti responsabili come luogo di coesione sociale del quartiere…Justine è l’abile regia di questo luogo. La casa si è dotata di allaccio all’acqua e ne offre spontaneamente ai vicini che ne sono privi, ma vende invece il ghiaccio, in piccole bustine di plastica trasparenti…si buca un lembo del sacchetto e si succhia piano piano il ghiaccio, onesto e semplice rimedio all’arsura e piccolo sbocco imprenditoriale per la Maison, unica casa del circondario dotata di frigorifero.
Ganvié, un dedalo di palafitte, una vita scandita dall’acqua, un mercato coloratissimo che galleggia  e che offre varietà di verdure, frutta, cereali…ci muoviamo dolcemente in piroga ed incrociamo lo sguardo delle donne venditrici e degli uomini pescatori…
Ma è a nord che puntiamo, Dgiugou e poi Natitingou, quasi al confine con il Burkina faso.

Viaggiamo con il Bus Confort, è il re della strada, non ha rivali, è il mezzo più importante che ci sia, il più veloce, il più affidabile (…?…) , quando suona il clacson chi si trova davanti al suo cofano non ha scelta,  si deve buttare fuori dalla carreggiata qualsiasi mezzo esso sia…Si tratta di vecchi bus arrivati dalla Francia, i finestrini non prevedono aperture, in quanto concepiti per un’aria condizionata usata la dove non ce n’era bisogno e che ha smesso di funzionare la dove invece di bisogno ce ne sarebbe…Ma si viaggia a 110 con porte aperte, sportellone motore alzato,  tele accesa
sintonizzata su avvincenti cult movie beninesi, ed il caldo diventa così un optional sopportabile.
 Arriviamo a Djougo verso le 14, dopo 6 ore di paesaggio africano, brousse, villaggi e una sosta in autogrill…vabbeh chiamatelo come volete, comunque il cibo era ottimo per chi non disdice la  selvaggina tipica beninese.
Il nord è visibilmente più povero, i mezzi in circolazione sono pochi e più antiquati, la gente ancora più umile e discreta. Soggiorniamo presso la mamma di Justine una fantastica settantenne con uno spirito giovanile e una piacevole voglia di fare conversazione e conoscere il mondo. La nostra guida sarà Pascal, il bibliotecario di Djugou, che all’occorenza mette il cartello “torno subito” e si perde coi turisti a zonzo per villaggi. 

Riflessioni sul post Benin

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Quando la memoria va a raccogliere

i rami secchi,

torna con il fascio di legna

che preferisce

 

Riflessioni sul post Benin

 

Ripercorro il mio primo viaggio nell’Africa nera attraverso le foto. Ma mancano gli odori, le sonorità, la polvere negli occhi, l’umidità che arriccia i capelli. Manca l’harmattan, vento che rinfrescava le notti del Nord, e, sempre al Nord, le cantilene dei numerosi muazzim che imponevano un risveglio troppo precoce. Il Nord è stato una sorpresa perché mi aspettavo una savana brulla. Invece è ricca di alberi, tra i quali il medicamentoso Karitè, di fiori bianchi su rami semispogli, e gialli, sdraiati a terra. Il colore rosso della terra sabbiosa accompagna tutto il viaggio fino dalle spiagge del Sud abitate da pochi pescatori e dove le strutture turistiche sono scarse, o in disuso.

Il Sud è come me lo aspettavo e di più: lussureggiante è l’aggettivo giusto, abbondante di tante tonalità di verde, foglie e frutti generosi, e alberi che producono insospettabili zucche, le calebasse portate sulla testa con tanta disinvoltura dalle donne.

Donne e bambini meritano attenzione e parole, sono un binomio presente ovunque, città, campagne, Nord, Sud. Anche le piccole donne che aiutano le madri e trasportano i fratellini sul dorso, con perizia e assoluta naturalezza. Sono colpita dalla bellezza della “semplicità” come scrive Marco Aime, e dalla “leggerezza” di questa gente, contrapposta alla grevità della nostra società ricca e decadente. Mi colpiscono in particolare i bambini, che in genere appaiono tranquilli, i piccoli rassicurati dal movimento del corpo della madre, i più grandicelli assorbiti da giochi relazionali o dal rincorrere il copertone di una ruota, tenuto a bada da un bastone.

Cosa ti aspetti da questo viaggio?

L’ interrogativo, posto alla partenza da un amico, ogni tanto risuonava nella mente, ma non avevo fretta di darvi risposta. Sapevo i motivi razionali del viaggio, ma non mi preoccupavo di mettere a fuoco quelli più profondi, sicura che sarebbero emersi via via. Avrei atteso la risposta. D’altronde le attese e la capacità di stare dentro l’attesa è una delle prime lezioni del viaggio non so se prerogativa dell’Africa o di tutto il Sud del mondo. Gli orari non vengono mai rispettati, possono slittare di un’ora, anche di due ore e nessuno si arrabbia, ma semplicemente si pazienta, si chiacchiera, si osserva, si balla; si accettano i contrattempi come parte del destino. In fondo si tratta di un semplice adattamento al ritmo naturale delle cose. Fino dalle prime impressioni deduco che qui l’ansia e lo stress sono sconosciuti, o per lo meno non sono analoghi a quelli che noi viviamo quotidianamente, freneticamente. Come se l’essenza della nostra cultura fosse quella di costringere le cose ad andare come vogliamo noi. A volte, terminata l’attesa del pulmino che consentiva gli spostamenti necessari alla conoscenza di persone e luoghi, si scopriva che era privo di benzina. Seguiva un pellegrinaggio verso vari distributori abusivi, e le relative contrattazioni sul prezzo, sparato alto, essendo il pulmino pieno di bianchi, di yovo o batouré come veniamo chiamati a seconda se siamo nel Sud o nel Nord del Benin. “L’Africa è un’attesa, ti dà sempre l’occasione di aspettare qualcosa; la grande emozione di un’esistenza precaria” dice Marco Aime in Taxi brousse.

 

Il trasferimento più lungo è stato quello da Oudah a Djougou, Tititingou e Paraku su una strada asfaltata abbastanza buona e poco frequentata, tranne che da pulmini stracarichi di persone, e bagagli. Spesso sul tetto vengono trasportati animali, soprattutto capre. Lungo il percorso si attraversano zone agricole dai prodotti diversi: legno e carbonella, farine, l’onnipresente igname, ananas, pomodori…poi inizia la savana, i primi baobab, il sottobosco bruciato, la povertà di tanti villaggi dove donne e bambini si accalcano intorno ai pozzi.

E gli uomini sostano oziosi sotto un mango!

Mi colpisce, in questo trasferimento, il comportamento quasi da adulta di Magnificat, due anni e mezzo, in braccio alla madre Justine, senza un capriccio, senza che ci accorgessimo della sua presenza. Inevitabile il confronto con le isterie dei nostri bambini. Durante il percorso sono a disagio per le normali funzioni fisiologiche che, dai locali, vengono espletate con tutta naturalezza anche ai bordi delle strade, mentre accanto le persone si affaccendano intorno a varie opere. Soprattutto le donne, con grandi carichi di frutta sulla testa, vengono incontro al pulmino per cercare di vendere prodotti quali banane, ananas, papaie: buonissimi! In fondo per me si tratta di riadattarsi a condizioni igieniche già vissute negli anni ’50, in una infanzia trascorsa tra aie e letamai.

A giudicare dalla quantità di foto i baobab mi hanno affascinato quanto le persone, ho sentito di fronte alla loro maestà la stessa soggezione, lo stesso rispetto che provo per le nostre querce secolari. Quando poi ho letto che negli incavi degli alberi più grandi vengono sepolti i griot, i cantastorie, mi sono commossa.

Emozionante, dopo la fatica del cammino sull’altopiano dell’Atakora, l’ingresso nella grotta sacra di Varum, dove erano ancora visibili le ceneri di un sacrificio recente. Nelle vicinanze una donna in preda non so a quale malessere parlava da sola e camminava raccogliendo fiori rosso-arancio da cui si ricava una salsa piccante. I bambini del popolo Taneka, che si è ritirato sull’altopiano per sottrarsi alla tratta degli schiavi e che vive come allora, ci seguono, alcuni cantilenando, e ci toccano le mani, le nostre mani bianche, quale semplice curiosità per il diverso. E’ da questo gesto e dal loro sguardo stupito che nasce in me, per la prima volta, la coscienza di essere bianca!  L’incontro con il re dei Taneka avviene sotto un manifesto che dichiara fuorilegge le mutilazioni sessuali; quale sarà la situazione reale? La figlia del nostro accompagnatore mi dice che, soprattutto nel Nord del Benin, è una pratica ancora diffusa. E’ ipotizzabile che potrà essere superata solo dalla alfabetizzazione delle donne, ma oltre agli strumenti di emancipazione occorrerà molto coraggio per andare contro la mentalità patriarcale.

Nei villaggi non c’è corrente elettrica e al calar del sole è il buio a farla da padrone. Kapuscinski, grande conoscitore dell’Africa, afferma che “il buio rafforza il bisogno di stare insieme, in gruppo, in compagnia. In Africa le prime ore della notte sono il momento della massima socialità. Nessuno vuole stare solo. Stare soli? Che disgrazia, che condanna! Qui i bambini non vanno mai a dormire prima dei grandi. Il sonno è una contrada dove ci si addentra tutti insieme, con la famiglia, con il clan, con il villaggio al completo”.

Devo dire che la prima impressione dell’Africa, a pochi metri dall’aeroporto di Cotonou, è stato proprio il buio. Abituati a tanta luce, a tanto spreco di luce, mi colpisce il buio che domina anche nelle strade importanti, popolate di ambasciate e istituzioni. Più tardi scoprirò che le tante strade buie di Oudah  vengono percorse tranquillamente dai locali. Io e Grazia, dimenticata la pila,  una sera camminavamo dicendoci “facciamo come fanno loro, piano piano… oltretutto noi bianche siamo più visibili”.

E di nuovo riaffiora la coscienza di essere bianca, ancora ribadita nell’essere toccata e attentamente scrutata dai bambini che giocavano intorno a una barca sul lago di Ouemè, o nel vedere fuggire i  più piccoli alla visione di noi bianchi…

Ma se tra le centinaia di foto, dovessi sceglierne una che rappresenta il Benin o il Togo di oggi, non avrei dubbi: quella che ritrae un motorino made in Japan con sullo sfondo la bancarella su cui sono collocate bottiglie di varia grandezza, piene di un liquido giallo che non è birra, come inizialmente credevo, ma benzina di contrabbando, di sicura provenienza nigeriana. Altra sorpresa è stato scoprire come il cellulare fosse sempre funzionante, anche nella savana, e in zone lontane dalle città.

Già, le città.  Cotonou e Lomè, invase da sciami di motorini oltre che da auto produttrici di spesse quantità di CO2, non mi hanno certo entusiasmato: grande caos e aria irrespirabile oltre al fenomeno degli slums dove si accalcano coloro che lasciano le campagne in cerca di fortuna o di un miglioramento il più delle volte solo immaginato. In un sobborgo di Cotonou visitiamo  Afamies, ong legata ad Emmaus, che si occupa di microcredito e di  bambini schiavi, ceduti da famiglie troppo numerose, non in grado di farsene carico. Visitiamo un mercato di pesce essiccato dove è stato allestito uno spazio di apprendimento anche informatico, un luogo dove,  per un parte della giornata, i bambini vengono strappati al lavoro. Sui francobolli del Benin compare un invito a sconfiggere la tratta dei bambini. Numerosi anche i cartelli pubblicitari che sollecitano le bambine a frequentare la scuola.

Sembra che il Presidente Yoyi Boni, eletto democraticamente nel 2006, sia molto amato: ha abbassato le tasse per le scuole pubbliche, sovvenzionato gli agricoltori, ha dichiarato lotta alla corruzione e tende a favorire gli scambi tra una regione e l’altra del paese per integrare meglio i prodotti. Un manifesto all’interno di una classe scolastica lo ritrae sorridente e pacioso. Ma le politiche internazionali dettate dal Fondo monetario e la corsa agli agro-carburanti ha raggiunto anche il Benin: si punta sulle piantagioni di palma da olio, e di canna da zucchero da cui trarre etanolo, in diretta competizione con la produzione alimentare. E’ facile prevedere che i piccoli agricoltori avranno la peggio quando i loro interessi entreranno in conflitto con le grandi aziende.

 

Ciò che hai visto lo conosci

Ciò che non hai visto devi crederlo 

 

Qualche parola sui mercati africani, dove, come nell’antica Grecia, è proibito portare armi perché il mercato è un luogo neutrale, di pace, di discussione. Apprendo da Marco Aime che il mercato rappresenta un punto di riferimento spaziale, sociale e temporale: i giorni della settimana vengono scanditi dai luoghi dove si fa mercato. A garantire pace e neutralità sono le donne, le quali sistemano i loro prodotti sotto strutture minimali costituite da tettoie in legno o paglia. Il mercato favorisce lo scambio di informazioni, la circolazione di idee e dunque il nascere di legami alternativi a quelli fondati sulla parentela e sull’appartenenza etnica. Il ruolo economico non sembra essere il più rilevante ma sono importanti le comunicazioni:  si incontra gente, si chiacchiera, si apprendono notizie, si fanno pettegolezzi…si beve birra di miglio o di sorgo. Colpisce l’intensità dei colori, degli odori, le grida, il rituale dei saluti, il suono di percussioni e tanto, tanto frastuono. 

Altro momento di socializzazione tutto al femminile sembrano essere i negozi di “coiffeure” dove avviene la meticolosa cura dei capelli, le tante acconciature fatte da trecce e treccine. E’ un momento rilassante, piacevole, in cui le donne mettono pausa alle tante fatiche e si lasciano andare alle confidenze.

 

La festa del vudu a Ouidah il 10 gennaio meriterebbe una racconto a parte anche per la folta presenza di persone adulte e anziane, normalmente poco visibili in strada e per la ricorrenza vestite in modo davvero regale. E’ una occasione per rendersi conto che l’Africa non è abitata solo da bambini e giovani, ma è fatta da persone legate a tante tradizioni ancestrali e al mondo magico degli spiriti. Sono gli spiriti a stabilire il corso degli eventi, a determinare il destino umano, a decidere tutto quel che accade. Scrive Kapuscinski “Dolori, incendi, epidemie e siccità non sorgono spontaneamente dal nulla: deve per forza esserci stato qualcuno a portarli, a infliggerli a diffonderli. Ma chi? Non certo i miei, i nostri, tutta gente fidata…dunque i colpevoli sono gli Altri, gli Estranei”. Occorre pertanto stabilire chi è il nemico e andare dallo stregone perché si metta in atto la vendetta. I riti del vudu si svolgono sulla spiaggia, di fronte alla Porta del non ritorno, luogo da cui partivano uomini e donne catturati con la complicità dei regnanti africani perché diventassero schiavi dei bianchi. A partire dal secolo XVI  sono stati soprattutto inglesi e olandesi a gestire la tratta degli schiavi verso le americhe.

 

Al risveglio, nell’ultima mattina, cerco di fissare nella mente i rumori e le voci che arrivano dal cortile: il primo rumore in assoluto è quello di una scopa, una piccola scopa tenuta da una ragazzina che spazzando spazzando sembra volere fare posto al nuovo giorno. Poi il canto insistente degli uccelli, quello del gallo e i sommessi chiacchiericci delle donne che abitano la casa e riemergono piano piano dal sonno notturno. Con calma alcune di loro ci preparano la colazione: ecco, è questa calma che vorrei portare con me. E ancora vorrei portare l’allegria  dei bambini ospiti de “La maison de la Joie” così discreti nei nostri confronti, così ben educati dalla autorevole Justine.

All’aeroporto di Bologna le prime pagine dei giornali mostrano Napoli sommersa dalla spazzatura: in confronto ci sembra niente la sporcizia di Guezin, piccolo villaggio lacustre dove, in un tramonto giallo opaco, si è arenata più di una volta la piroga che ci ha trasportati sulla laguna, condotta da due ragazzini entusiasti per il dono di una Bic. “L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce” recita un proverbio africano, dunque siamo stati davvero facilitati rispetto alla spazzatura di quel villaggio!

 

Se è vero che il viaggio ha senso nel momento del ritorno, e ogni viaggio può farci scoprire la bellezza e il buono che c’è nella nostra quotidianità,  questo viaggio può permettere di riflettere sugli agi e le comodità che abbiamo, non dandoli per scontati. Per esempio può farci valorizzare la disponibilità di beni quali l’acqua, la corrente elettrica, la grande varietà di cibo, e farci riflettere sul fatto che non sono infiniti. Il Sud del mondo ha diritto quanto noi a disporre dei beni essenziali ed è ora che noi ridimensioniamo la rincorsa avida al superfluo.

E dunque cosa mi ha dato questo viaggio?

Mi ha sicuramente ricollegata all’infanzia, alle voci nei cortili e nelle aie, ai giochi semplici, senza oggetti, alla terra da battere a piedi scalzi, al rapporto con la polvere, con la ciclicità della natura lasciandosi andare ai ritmi che impone anche passivamente, remissivamente, flemmaticamente. Poi accettare le attese e i contrattempi come parte della vita, dando valore all’essenza e all’essenziale. Viene in mente la frase del Piccolo Principe “non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi” o la teoria della “ghianda” di cui parla Hillman. Sì, credo che l’Africa ponga ognuno di fronte al proprio nocciolo. Me ne ha dato dimostrazione una ragazzina Somba che, mentre noi visitavamo le capanne a forma di castello, con grande concentrazione e intensità ha pestato finemente dei peperoncini nel mortaio e ha poi raccolto la polvere in una ciotola, con gravità, e cura.

 

 

 

 

                                                                       Floriana Raggi

 

 

BREVE SCHEDA DEL VIAGGIO

 

 

Il viaggio in Benin e Togo, avvenuto dal 30 dicembre al 15 gennaio, è stato organizzato dalla Associazione T-erre Turismo Responsabile di Faenza (www.t-erre.org) e ha avuto come accompagnatore Flavio Nadiani, che, da grande conoscitore e amante del Benin, ha svolto un vero e proprio ruolo di mediatore tra il gruppo e la popolazione locale. Questo ha permesso una conoscenza più autentica di un paese ricco di storia, avendo fatto parte del Regno del Dhaomey e tristemente famoso per la tratta degli schiavi, che venivano imbarcati a Ouidah.  E proprio a Ouidah  si è svolto in prevalenza il nostro soggiorno, ospiti della “Maison de la joie” una casa-famiglia dove vivono una trentina di persone, tra cui bambini sottratti alla schiavitù e madri in difficoltà. Una quota del costo del viaggio è stata destinata a sostegno della scolarità dei bambini e di altre loro necessità

 

 

 

Babylon Italian-English
marzo (m)
n. March, third month of the Gregorian calendar
Babylon Spanish-English
marzo (m)
n. March, third month of the Gregorian calendar
A Spanish -> English Dictionary (Gr…
marzo
= March (Mar -abrev.-), Mar (March, -abrev.).
Ex: Her ‘tour of duty’ extended from the end of September 1987 to the end of March of the following year, summertime for the Southern Hemisphere.
Ex: The 1st library user/staff meeting was held in Mar ’88 to strengthen links between staff and users and to investigate user needs.