La Casa della Gioia

La Casa della Gioia

 

            Durante il nostro viaggio in Benin, non potevamo tralasciare di far visita a Justine. La sapevamo impegnata ad accogliere nella sua casa alcune donne scacciate dai mariti assieme ai loro figli. Spesso la scacciata deriva dal fatto che la donna non accetta che il marito prenda una seconda moglie, anche perché le risorse economiche non garantiscono nemmeno il mantenimento della prima moglie e dei figli avuti da lei. Hanno così inizio continue liti che sempre più spesso si concludono con la scacciata della donna. A volte lei ritorna dai genitori e lascia loro in custodia i figli, per andare a cercar fortuna in capitale od in Nigeria. Qui esiste un vasto ceto medio, le cui famiglie sono in grado di assumere manovalanza per svolgere i lavori domestici. Generalmente trovano facilmente lavoro le donne giovani e senza figli. E’ per questo che per riuscire ad ottenere un lavoro la donna è costretta a lasciare in consegna i figli ai genitori od a un famigliare.

            Justine gestisce un maquis – ristorantino locale – alla periferia di Ouidah ed a bordo della strada che unisce Lome (Togo) a Cotonou (Benin). Alcune donne scacciate di casa dai mariti, originarie del Nord del Paese ed in particolare di Djougou, dovendo trovare una soluzione al loro grave problema, si sono rivolte a lei per un consiglio ed un aiuto. Lei ha risolto il problema offrendo loro un lavoro nel suo ristorante ed ospitandole nella sua casa assieme ai figli più piccoli. Poi il loro numero è cresciuto, tanto che ora le entrate del ristorante non permettono più l’erogazione di uno stipendio e quasi nemmeno riescono a far fronte al mantenimento delle mamme e dei loro figli.

            Lo scorso anno un amico italiano, sposato ad una ragazza del Benin, amica di infanzia di Justine, ha fatto costruire una abitazione a Ouidah, in quanto intende dar vita ad una iniziativa di “Turismo responsabile”. Ha allora dato in gestione il piano terreno di questa casa a Justine, affinché possa abitarvi assieme alle mamme ed ai lori bambini, quindi li ha la sua sede la “ Casa delle gioia”.

            Durante il giorno le mamme preparano il cibo nel maquis e rientrano a casa verso le 16,30. Dopo cena un paio di donne vendono all’angolo della strada la boui, una bevanda locale, per incrementare le entrate economiche della casa.

            Justine si preoccupa della gestione generale e di organizzare la scolarizzazione dei fanciulli in età scolare, perché esige il loro sviluppo intellettivo.

            Alla sera, quando tutti sono tornati a casa dalle varie attività, i ragazzini si radunano in cortile e sotto al loggiato per fare i compiti e studiare. Quelli più avanti nello scuola insegnano a quelli che frequentano i primi anni. Un foglio di compensato posto su un cavalletto funge da lavagna ed un apprendista falegname si improvvisa insegnante per gli scolari delle elementari. Gli scolari seguono con attenzione i suoi insegnamenti e si cimentano negli esercizi che egli propone. Ci siamo resi conto dell’apprendimento di questi scolari, essendo rimasti ospiti in questa casa per alcuni giorni.

            La nostra amica è sposata e dal matrimonio con un professore di scuola media che insegna in un istituto di Parakou sono nati 5 figli: 4 femmine ed un maschio. I minori che abitano in casa sono però 18, ma tutti sono fatti oggetto delle stesse attenzioni ed affetto.

Abbiamo chiesto a Justine se i suoi figli naturali qualche volta le manifestano contrarietà in quanto sentendosi amati nella stessa misura degli altri, si sentono meno considerati come figli. Lei ci ha detto che assolutamente no, accettano con gioia la coabitazione. Non si ribellano al fatto che non riservando ad essi un trattamento preferenziale, anch’essi vanno vestiti molto modestamente, così come devono accontentarsi di vivere poveramente.

            I vicini di casa, quando hanno notato crescere il numero degli ospiti della casa, hanno manifestato la loro preoccupazione e le hanno chiesto: “Tu hai un piccolo ristorante, perciò avrai un conto corrente bancario  con un certo deposito, per garantirti una buona gestione.” Lei ha risposto: “Si ho un conto bancario, ma esso è costantemente vuoto perché il guadagno del ristorante è appena sufficiente al nostro mantenimento”. La sua risposta li ha ancora più preoccupati ed hanno aggiunto: “Ma un giorno i tuoi figli ti rimproveranno di non esserti preoccupata del loro avvenire e di avere sperperato tutto per mantenere tanti estranei. Caccia via tutta questa gente e pensa un poco di più a te ed ai tuoi.” Justine ha allora risposto: “Da ragazzina ho sofferto sulla mia pelle quello che ora soffrono i fanciulli che ospito, Ho visto mia madre soffrire le stesse pene delle donne che ho accolto. Quando provavo e vedevo tutta quella sofferenza, mi sono ripromessa di spendere tutta me stessa per annullarla e portare la gioia nei cuori. Sono felice quando vedo un volto sorridere, un bimbo ben vestito, nutrito, curato. Sento che non devo troppo preoccuparmi dell’avvenire mio e dei miei figli, perché già ora Dio interviene quando e come meglio ritiene. Mio marito Cristian Yaya condivide quello che faccio, solo si raccomanda di non esagerare per non compromettere la mia salute.”

            Tornata da scuola Clemence, la figlia maggiore ho voluto interrogarla per avere una conferma di quanto affermato dalla madre. Le ho chiesto: “Sei contenta che in casa ci siano tanti altri ragazzini? Non ritieni che la loro presenza ti costringa a rinunciare a tante cose che ti piacerebbe avere: bei vestiti, le ultime novità per il divertimento ecc.?” Con grande serenità mi ha risposto: “No, è bello essere in tanti in casa, vivere assieme, condividere le stese cose. Nella famiglie dei vicini i ragazzi vivono isolati. Noi invece ci divertiamo tutti assieme. E’ vero, i miei compagni di scuola vestono con abiti giunti dalla Francia, mentre io devo accontentarmi di vestiti realizzati in Benin. Io sono di questo Paese e devo essere orgogliosa di vestire alla moda del mio Paese.” Poi ha aggiunto”Fare del bene rende felici ed io sono contenta che i miei genitori abbiano scelto per noi questo modo di vivere. L’altro giorno, mentre andavo a scuola ho visto per strada due bambini, uno più grande e l’altro più piccolo. Il più piccolo piangeva. Ho fermato la bicicletta ed ho chiesto perché piangesse. Il più grande mi ha risposto che aveva fame. Ho preso dalla tasca i soldi che mamma mi aveva dato per la merenda e li ho dati a questi bimbi affinché comprassero qualcosa da mangiare. Io ho rinunciato alla merenda, ma quei bimbi per quella mattina non avrebbero più avuto fame. E’ stata una cosa piccola, ma potevo fare quello e l’ho fatto. Se ciascuno facesse per gli altri quello che potrebbe fare!”

            Clemence è una ragazza beninese di 14 anni, quale insegnamento per tutti noi che riteniamo di poter impartire lezioni di civiltà e democrazia ai popoli che consideriamo sottosviluppati.

                                                                                              Gaddoni Raffaele

            http:www.webalice.it/flavio.nadiani

Joshiane

9756c0d3bb98f59bd99284cc2efe7083.jpgAPPUNTI DI VIAGGIO  2

 

JOSHIANE Ogni volta che torniamo  in Africa  ci sono sempre delle novità,  alcune belle, altre purtroppo, e sono le più numerose, tristi se non drammatiche.

 

Stavolta sembra che la situazione sia più tranquilla se non stabile, i bambini nella nostra casa famiglia crescono, sia di età che di numero: dai dieci che erano , ora sono quasi raddoppiati e altri ancora sono previsti arrivare…. Mia moglie e mia figlia sono qui già da un mese, e il mio arrivo viene festeggiato con una colazione, alle cinque del mattino  con riso e pollo;  qualche ora di sonno agitato e poi i rumori della casa e i sapori dell’Africa non mi fanno più dormire, comincio a  conoscere i bambini nuovi, a memorizzare volti e nomi e storie da raccontare…

 

Tra queste c’è una bambina di  dodici (?)  anni, ( qui  non conoscendo l’anno di nascita, l’età è una variabile), che mi dicono è come una piccola mamma, per mia figlia, non è mai andata a scuola e quindi posso comunicare con lei soltanto con poche parole di francese, ma lei incredibilmente intuisce tutte le mie domande e con Azara ha stabilito una specie di linguaggio, fatto di francoitalianofondendiyom, che farebbe la felicità di mio fratello poeta-linguista.

 

Qui nella nostra casa, i bambini vanno tutti a scuola, ed alle  sei e trenta sono già tutti in piedi per fare, prima i lavori domestici, quindi prepararsi con la divisa di scuola e poi velocemente partire non prima di avermi salutato; del resto in assenza del capofamiglia, professore di matematica a quatrrocento kilometri da casa, l’unica figura maschile adulta sono io; Therese, mia moglie,  non manca mai di farmelo notare, sta a me consigliare, correggere e punire i bambini, cosa che dapprima mi lasciava perplesso, ma che  adesso trovo più normale; qui i bambini ubbidiscono ancora ai grandi,  e trovano giusto, quando sbagliano essere puniti severamente. Devono essere pronti ad affrontare una vita dove nessuno ti regalerà niente e tutto quello che avrai lo dovrai ottenere a mezzo di enormi sacrifici, la competizione qui è a livelli indo-cinesi, chiaramente per quelli che vanno a scuola, gli altri saranno tagliati inesorabilmente fuori, con una esistenza alla mercè  dei più forti ed ai margini di un mondo globalizzato. Mi diceva Justine  che ora per trovare un minimo di lavoro occorre almeno il diploma di maturità e parliamo di un paese, dove almeno la metà dei ragazzi è analfabeta..

 

Quando cerco di spiegare l’Africa, racconto sempre di due strade parallele, destinate a mai incontrasi: la vita della città, dove è necessario sopravvivere con ogni mezzo,  con commerci non sempre legali, ma tollerati, inventandosi lavori precari, e dove chi ha studiato riesce a (se debrouie’), a sbrogliarsela meglio; e la vita della brousse (savana), dove il tuo destino è legato a spazi aperti, a campi e a raccolti  al limite della sussistenza,  a mandrie di animali di cui conoscono il tuo odore fin da quando sei in grado di badarle, allo stato brado come la tua infanzia. Nell’adolescenza sarai già padre o madre e la tua vita di stenti ben presto sarà la sola eredità che lasci. L’unica via d’uscita è l’istruzione, se la mente ti si apre, anche nella brousse puoi avere una vita molto dignitosa, ( a mio parere  migliore di quella che ti può offrire la megalopoli con le sue baracche);puoi decidere  fiutando l’aria e il mercato, cosa coltivare, puoi ragionare che oltre al cotone è meglio avere anche il mais o il miglio, perchè il prezzo del cotone, non dipende certo dalla piazza di Djougou ma da quella di Wall Sreet (“la strada del muro”e Dio sa quanto è  alto quel muro per te).

 

Si chiama Joshiane, l’hanno data a Justine, qui, in Benin i figli si “prestano”  alle famiglie con possibilità, magari si dice avrà un futuro migliore, forse andrà a scuola..in realtà la maggior parte di essi diventano veri e propri schiavi a disposizione dei capricci  e dei bisogni degli adulti.

 

Joshiane ha conosciuto già due famiglie e non è stato divertente….un giorno chiedo: “Ma che cos’è quella grossa protuberanza che ha sulla spalla?”, mi rispondono che nella famiglia dov’era è stata picchiata selvaggiamente e colpita con un coltello, poi i “padroni”, hanno cercato di curarla frettolosamente per evitare una denuncia da parte dei vicini, con erbe e impasti strani, e così, sulla spalla si è formato come un grosso fungo…, da quella famiglia è stata portata via dai veri genitori e data ad un’altra famiglia…., qui ha ricevuto in dono le cicatrici che porta sopra agli occhi e in fronte….infine è arrivata da noi.  Troppo tardi per iscriverla a scuola,  il tempo giusto per ritrovare finalmente un pò di serenità e ancora qualche scampolo di infanzia finora negata.

 

I figli di Justine e gli altri ragazzi  sono trattati tutti allo stesso modo e in casa regna un’incredibile armonia, scandita solo dai ritmi dello studio, del gioco e dei lavori domestici. I più grandi accudiscono i più piccoli nei momenti del pasto e del bagno e poi come un rito magico tutti vanno a dormire, e te ne accorgi solo quando non ne vedi più nessuno in giro….Azara, ben presto si è aggregata a questa  piccola comunità autonoma e manco cerca i suoi genitori e qui ha dimenticato i suoi capricci da bambina occidentale iperviziata.

 

Justine a volte è talmente stressata e con tanti pensier nelle testa che facilmente dimentica gli appuntamenti e gli impegni presi per la sua frenetica giornata: i bambini da infilare a scuola e far curare quelli ammalati, le donne da consigliare con mano ferma al piccolo ristorantino, la casa ancora da finire…, io e Therese lo sappiamo e quindi facciamo per lei come da agende viventi, ripetendole le cose da fare più volte… anche questa è una cosa bizzarra di questa “strana” Africa, la mia Africa….  

 

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Fortunè, un nuovo angelo

4bc2524b44424dd24c02a7836cccc121.jpgFORTUNE’  (un nuovo angelo)

Appunti dall’ultimo viaggio di turismo responsabile in Benin

A volte capita  che nei nostri viaggi di turismo responsabile, solidale, ecocompatibile chiamateli come vi pare possa succedere di imbattersi in drammi umani che lacerano il cuore e scolpiscano immagini  che si nascondo nella nostra mente per chissà quanto tempo…

I fatti e le persone sono reali e non immaginari

Ormai la vacanza in Benin è finita, i due simpatici giovani  francesi, Pierre e Elodie , che abbiamo lasciato nel nord del paese dovrebbero tornare all’indomani   a Ouidah, ( magari c’è il tempo per portarli fino a Ganviè  la città lacustre su palafitte..)

Therese,  mia moglie beninese che con Azara, mia  figlia meticcia, prototipo delle generazioni a venire, compongono la mia famiglia assieme ad altre 30 persone( di cui 19  tra bambini e ragazzi africani), ha un tarlo e me lo comunica:  “ Sai quella ragazzina di nemmeno 14 anni , che abbiamo visto al villaggio su al nord?, è incinta e sicuramente molto avanti con la gravidanza; è inesperta e cacciata dalla sua famiglia tra gente sconosciuta,   ho paura sia per lei che per il bambino, cosa dici se diciamo ai francesi se la prendono su con loro e la portano qua da noi , che la facciamo vedere qui in ospedale?”

Detto e fatto:   i due ragazzi la prendono con loro e stasera  li incontreremo a Cotonou,   una delle nuove capitali dell’Africa dell’Ovest:  una distesa infinita di auto, camion  e motorini scassati  super inquinanti   condotta  da gente frenetica e stressata ; chi si immagina i poveri almeno pacifici e tranquilli , qui si può ricredere, i poveri sono poveri in tutto, ( le parole : ambiente, sanità , istruzioni, vacanze, lavori appaganti ecc.sono per loro  parole senza senso). Del resto io qui ci vengo solo per prendere amici dall’aereoporto o per delle formalità e appena posso me ne scappo nella mia “ville historique”  di Ouidah,  dove con la mia famiglia ci siamo fatti una casetta, per ospitare le trenta persone di cui parlavo prima, più “i turisti per caso”  che trovo  in giro per mostrare loro qualcosa di questo amato  e sfortunato paese .

Ecco i due  giovani francesi, ecco la ragazza…  è veramente messa male,  probabilmente stanca o contrazioni?, la carichiamo sulla nostra macchina,  pensiamo di portarla a casa  per un bagno e poi via all’ospedale, ma non c’è tempo la ragazza vomita, decidiamo di portarla subito al centro maternità  di Ouidah.

Le infermiere ( dottori non se ne vedono è già sera ormai), si degnano di guardarla solo dopo che ho pagato la visita  e comprato un termometro per misurare la febbre, ( per l’igiene è personale)  ma va bene ugualmente l’importante è che sia in buone mani; ormai questo ospedale ,con tanta gente come ho  a casa,  lo conosco bene e conosco bene anche la cassiera…

Sono contrazioni, partorirà stanotte, rimarrà la sorella di Therese a guardarla, conosce la lingua del nord e del sud del paese. Arriviamo a casa  stanchi, ci stendiamo un attimo nel letto, ma sappiamo già che stanotte si dormirà poco….infatti alle 23  ci  telefonano che la ragazza  ha dei problemi, il bambino non esce, Therese prende l’auto e nel buio ( con ancora le feste voodoo in corso) corre in ospedale.

Ore 4 del mattino:  il bambino è nato morto, il cordone ombellicale era avvolto al  collo, non c’erano speranze di salvarlo, si è salvata almeno la madre, la piccola Julie, che non ha mai conosciuto bambole nella sua vita, ma solo lavoro e umiliazioni.

Quando vado fuori in penombra vedo il corpicino del bimbo, è veramente bello , un piccolo angelo già volato in cielo,  lo avremmo chiamato Fortune’, perché pensavamo che   tutte le coincidenze fortunate avrebbero potuto salvarlo, e nella sua situazione famigliare futura, un nome così  avrebbe fatto da baluardo a tutto l’odio che avrebbe incontrato… ma forse Fortune’ o chi per lui  ha deciso diversamente .  Il tempo di battezzarlo, metterlo pietosamente in una scatola di cartone, e due membri della nostra  famiglia,  alle cinque del mattino  prendono il primo Taxi brousse per il Nord, dove sarà sepolto nel villaggio nativo di Therese.

Ai ragazzi che sono qui per “turismo”  non nascondiamo niente,  almeno abbiamo salvato la ragazzina, dove al villaggio sarebbe morta sicuramente…, a sera  la piccola Julie è già a casa nostra (non mi sorprenderò mai abbastanza di quanta resistenza abbiano le donne africane),  in un angolo seduta, piange in silenzio, cerco qualche parola in francese per consolarla, ma so che solo  il tempo servirà per farle ritrovare il sorriso, le dico che potrà rimanere a casa nostra, che anzi è  casa sua….

Domani abbiamo l’aereo , si ritorna in Italia, alla vita “normale”….chi ha più voglia di partire?

E’ passata una settimana, un faentino saputa la storia, ha promesso di fare studiare Julie:

  perchè Africa continui a farci piangere  di dolore e ridere di gioia…

  

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